abm

abm

venerdì, maggio 27, 2011


Additivi chimici: in Cina fanno scoppiare i cocomeri
 






Gli additivi chimici in Cina fanno scoppiare i cocomeri. Si tratta di un fenomeno piuttosto curioso, che troverebbe la sua spiegazione nell’esigenza di far crescere i prodotti ortofrutticoli in modo veloce, senza attenersi alle principali regole che riguardano il rispetto dell’ambiente. Non vengono infatti rispettati i principi dell’agricoltura biologica e il ciclo naturale delle piante, mettendo a rischio i delicati equilibri ambientali. Le sostanze chimiche nocive vengono utilizzate in notevoli quantità, andando contro la sostenibilità ambientale e la salute degli uomini.



Nel caso specifico della Cina il tutto sarebbe imputabile ad un additivo chimico in particolare. Si tratta del Forchlorfenuron, una sostanza in grado di rendere rapida la crescita dei cocomeri, dei kiwi e dell’uva, che in molti Paesi orientali è perfettamente legale. L’unico inconveniente è che i prodotti esplodono. Nella provincia orientale cinese del Jiangsu il Forchlorfenuron è stata spruzzato sui cocomeri insieme al calcio istantaneo. Il giorno dopo i cocomeri sono letteralmente esplosi. I danni in termini di inquinamento ambientale non si contano.

Proprio per limitare l’inquinamento ambientale dall’UE sono state messe a punto delle specifiche regole per le sostanze chimiche. Regole più severe occorrerebbero anche nei Paesi orientali, in modo da stabilire definizioni e regole per vivere a impatto zero.
Tuttavia gli esperti hanno sottolineato che l’esplosione dei cocomeri sarebbe stata determinata anche dalle forti precipitazioni seguite ad un periodo di siccità. Infatti si è visto che i cocomeri sono esplosi anche nei casi in cui non sono stati usati additivi chimici. Se nel tempo libero gli Italiani si dedicano all’agricoltura biologica con l’orto fai da te, altrove la situazione sembra molto differente.
fonte: ecoo.it


 






giovedì, maggio 26, 2011


Conoscete i profughi ambientali?



Secondo il dossier, se fino a qualche anno fa erano le guerre la causa principale delle emigrazioni di massa, oggi gli eventi metereologici estremi causati dal surriscaldamento del Pianeta rappresentano il fattore in assoluto predominante. Basta pensare che nel 2008 ben 20 milioni di persone sono state costrette a spostarsi temporaneamente o definitivamente in seguito ad alluvioni, desertificazione e fenomeni atmosferici estremi, contro i 4,6 milioni di profughi creati da guerre e violenze. Un fenomeno dai tratti inquietanti se si considera che, secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, entro il 2050 si arriverà a 200, forse addirittura a 250 milioni di rifugiati ambientali con una media di 6 milioni di persone all’anno. Ma secondo lo studio di Legambiente a pagare già oggi le conseguenze di tsunami, desertificazione, alluvioni e eventi metereologici eccezionali sono i popoli del Sud del mondo dove ben l’80% non può permettersi di fuggire. La conferma arriva anche dallo UNDP secondo cui dei 262 milioni di persone colpite da disastri climatici tra il 2000 e il 2004 ben il 98% viveva in un paese in via di sviluppo.



Ma oltre alla correlazione tra impatti ambientali e povertà, quello che emerge dal dossier è che a pagare le conseguenze dei danni provocati dai mutamenti climatici è in primo luogo il genere femminile. Le donne, infatti, sono le prime vittime dei disastri ambientali con un rapporto di 3 a 1 rispetto agli uomini per la loro posizione di svantaggio sociale rispetto al genere maschile nelle aree povere del mondo. Lo dimostra anche uno studio della London School of Economics, secondo cui su un campione di 141 paesi presi in considerazione dal 1981 al 2002 si è constatato che i disastri naturali uccidono più donne che uomini o donne in età più precoce rispetto agli uomini. “Gli effetti dei cambiamenti climatici sono già una drammatica realtà in molti Paesi che pagano un prezzo alto in vittime e sfollati- ha dichiaratoMaurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente -. Non si può pensare di intervenire solo in modo emergenziale sugli eventi catastrofici, è necessario, invece, affrontare l’emergenza climatica e umanitaria, partendo da efficaci politiche di cooperazione internazionale. In questo senso il primo importante passo da compiere è l’immediato riconoscimento giuridico dei profughi ambientali, ad oggi ancora non riconosciuti come ‘rifugiati’ dalla Convenzione di Ginevra del 1951, né dal suo Protocollo supplementare del 1967″.



Per ripercorrere gli eventi del 2010 che hanno determinato lo spostamento di 40mila persone a causa dei mutamenti climatici bisogna partire dalla Thailandia, dove a causa delle inondazioni dello scorso ottobre quasi 7 milioni di persone si sono ritrovate senza casa, senza infrastrutture e senza mezzi di sussistenza. In Pakistan i numeri sono ancora più drammatici: le piogge e inondazioni di luglio hanno provocato 2mila morti e coinvolto 20 milioni di persone. In Cina i morti sono stati più di 3mila, oltre mille i dispersi, 200 milioni le persone colpite dagli effetti delle inondazioni, di cui almeno 15 milioni gli sfollati e evacuati in massa. Maltempo e inondazioni non hanno risparmiato nemmeno lo Sri Lanka con 27 morti e più di 1 milione di persone costrette a lasciare le proprie case. Anche il continente africano non è immune da questo tipo di rischi, esattamente come previsto negli studi Intergovernmental Panel on climate change (IPCC), l’istituzione delle Nazioni Unite incaricata di monitorare i cambiamenti climatici il 2010 è stato un anno nero per la Somalia, colpita da una micidiale ondata di siccità che ha provocato 431.000 rifugiati ambientali che hanno oltrepassato il confine e si sono spostati in Kenya e altri 300.000 rifugiati che, invece, si sono posizionati vicino alla frontiera kenyota. Nel gennaio del 2011 l’Africa è nuovamente oggetto di cronaca: Botswana, Mozambico, Namibia, Zimbabwe, Zambia e Sud Africa hanno dovuto far fronte a pesanti piogge e inondazioni che hanno provocato più di 20 mila sfollati. In Sud America il caso eclatante è quello della Bolivia, dove persistenti piogge hanno provocato inondazioni, frane e smottamenti nella capitale La Paz, specialmente nei suoi quartieri più poveri, causando il crollo di 400 abitazioni e colpendo almeno 5.000 persone. Sempre nello stesso anno è il Brasile a esser colpito da violente piogge che inondano le aree attorno a Rio de Janeiro e causano più di 700 morti e 14.000 sfollati.
fonte: alternativasostenibile.it


 



martedì, maggio 24, 2011


Ue, ok a laboratorio ricerca su api


 


BRUXELLES – Il Consiglio dei ministri dell’agricoltura e della sanità dell’Ue ha raccolto l’appello lanciato dal Parlamento europeo per lottare contro la moria delle api, in aumento non solo in Europa.
Un problema che rischia di diventare una vera e propria calamità, non solo per gli apicoltori (sono circa 700mila nell’Ue) ma anche per il settore agroalimentare, se si considera che l’84% delle specie di piante, e il 76% della produzione alimentare , dipendono in larga misura dell’impollinazione ad opera delle api.
Così oggi il Consiglio dei ministri Ue – per l’Italia Saverio Romano – si è pronunciato a favore del piano d’azione messo a punto nel dicembre scorso dal commissario europeo alla salute John Dalli, elaborato alla luce delle indicazioni presentate dallo stesso Europarlamento. Tra le misure “che dovranno essere lanciate rapidamente – scrive nelle sue conclusioni il Consiglio – c’é la creazione di un laboratorio di riferimento dell’Ue, oltre ad un miglioramento del sistema di sorveglianza e di sviluppo dei dati scientifici sulla salute delle api.

 



Sul più lungo periodo, ha sottolineato il Consiglio Ue, si tratta di affrontare il problema della limitata disponibilità di farmaci veterinari per il settore e tentare di individuare le cause esatte dell’incremento della mortalità delle api. Più fattori sono sotto accusa e vanno verificati: dai batteri, virus e parassiti alla perdita dell’habit naturale, dall’uso di alcuni pesticidi al cambiamento climatico. Per rafforzare la ricerca il piano Dalli prevede un aumento dei fondi per i programmi nazionali del 25% per il 2011 e il 2012.
fonte: ansa.it/ambiente



 




 

lunedì, maggio 23, 2011


Save Kai”, il pesciolino rosso, e salva il mare dalla plastica


 


I rifiuti di plastica sono una delle tragedie del nostro tempo. Certo, attualmente, grazie alla battaglia a favore degli shopper in tela o in materiali biodegradabili qualcosa si sta lentamente cominciando a fare e, dopotutto, da qualche parte bisogna pur comunciare. Eppure, l’incredibile mole di packaging in materiale plastico ogni giorno prodotta, acquistata, gettata- spesso non avviata al riciclo – dovrebbe farci riflettere, specie quando a farne le spese non sono solo i contesti urbani con le loro discariche satolle ma anche il mare con tutti i suoi magnifici abitanti. E nessuno, vuole o può sobbarcarsi l’onere del recupero degli oggetti veleggianti sull’oceano. Attualmente , però, e fino al 10 giugno, un interessante progetto per la pulizia del mare è portato avanti dall’organizzazione no profit Project Kaisei (pianeta oceano, in giapponese), impegnata nella protezione del mare in tutte le sue forme e, specialmente, nel tentativo di ripulire le sue acque dal vortice di plastica che uccide migliaia fra pesci, uccelli e tartarughe ogni anno.
Come si può agilmente capire dal filmato, infatti, l’idea è molto semplice: portare avanti un’attività di fund rising assolutamente non convenzionale, indirizzata all’enorme mole di utenti di facebook per sensibilizzare sulla questione e dare una mano attraverso una donazione di 5 euro. L’attore di questa importante campagna, nonché latore dell’importante messaggio, è il povero pesciolino rosso Kai seguito 24 ore su 24 grazie ad una web-cam posizionata nel suo acquario intenta a mostrare le sue difficili condizioni di vita in un mare di rifiuti… A ogni donazione corrisponde un alleggerimento della sua difficile situazione ( e di quella dei suoi simili). Peccato, però, che l’interessante progetto – assolutamente condivisibile – mi trovi personalmente critica sul metodo (odio gli acquari), per quanto il pesciolino in questione sia perfettamente isolato e protetto dalla spazzatura grazie ad una “solida” parete trasparente…
fonte: ecoblog.it



 




 


 


 

domenica, maggio 22, 2011

Ambiente Basso Molise       
 


COMUNICATO STAMPA


 


LA CULLA DEI SAPERI


 


In una società in continua evoluzione, portata alla globalizzazione occorre rivisitare e rinforzare le conoscenze del proprio territorio. Occorre riappropriarsi delle proprie radici e della propria identità per far fronte ad una cultura globale non sempre rispettosa della biodiversità. Nell’ambito del progetto “il giardino delle essenze” la classe 2 C elementare dell’istituto omnicomprensivo di Guglionesi, nella giornata di sabato scorso, ha visitato, il Giardino della Flora appenninica di Capracotta. La struttura diligentemente portata avanti dall’Università degli Studi del Molise non finisce mai di stupire con la sua flora ed i suoi magnifici colori. A condurre con maestria e competenza, i giovani della cooperativa Madre Natura.
Non poteva mancare la visita nella riserva orientata MAB di Montedimezzo, ormai denominata “ la culla dei saperi”.
I giovani allievi, consapevolmente colpiti dagli agenti del Corpo Forestale dello Stato, Bisciotti Antonio e Capone Mario i quali, hanno facilitato l’approccio con le piante e gli animali attraverso un’appropriatacomunicazione dei contenuti e un’interazione costruttiva con i singoli e il gruppo,
Gli alunni attraverso una serie di esperienze particolarmente divertenti, coinvolgenti e stimolanti hanno preso confidenza con la natura fino a sentirsi parte di essa.
Il Corpo Forestale dello Stato svolge con impegno un’intensa attività volta ad educare le nuove generazioni al rispetto della natura ed all’uso oculato delle sue risorse, utilizzando la riserva come un’aula a cielo aperto.
La conoscenza del territorio, le risorse rinnovabili, la tutela della biodiversità fanno della riserva MAB di Montedimezzo (e degli uomini che la dirigono) uno dei centri naturali più belli d’Europa.
 Il Molise racchiude “tesori” naturali di enorme importanza scientifica, culturale e ambientale …….…...basta cercare.
li 22/05/11
                                                                         Il Presidente
                                                                       Lucchese Luigi


 




















































Un libro bianco per la protezione delle foreste in Europa



Un filo rosso e continuo lega gli alberi e il nostro futuro sul pianeta. Si è discusso di foreste e cambiamenti  climatici, all’ultima plenaria del Parlamento Europeo. Sotto la lente dei parlamentari il Libro Verde che analizza il territorio, i rischi e sottolinea le priorità per salvaguardare i nostri “beni verdi”. Ma come? Con un Libro bianco, ovvero un documento programmatico sulla protezione delle foreste nell’UE, che tenga conto dei risultati della consultazione pubblica.
Il Libro bianco dovrebbe concentrarsi sul mantenimento e l’incremento delle foreste europee, per garantire un livello più elevato di protezione per gli habitat di qualità e per le foreste che svolgono funzioni protettive ostacolando inondazioni, smottamenti, incendi, desertificazione, perdita di biodiversità e catastrofi atmosferiche estreme.
Nella ricetta sono presenti anche ipotizzate più risorse finanziarie, scambi di conoscenze e promozione della ricerca e dell’informazione. Sulla base di questo lavoro, una gestione sostenibile delle foreste, attiva e preventiva, che accolga le priorità nazionali e regionali, potrebbe presto diventare obbligatoria a livello dell’UE.

 



Il cambiamento climatico rende infatti insufficienti le politiche degli Stati membri per la protezione delle foreste. Tema fondamentale visto che le foreste e gli altri terreni boschivi  coprono più del 42% della superficie dell’UEe forniscono sostentamento a milioni di lavoratori, imprenditori e a 16 milioni di proprietari di foreste. Le industrie della filiera silvicola forniscono lavoro a oltre 2 milioni di persone, principalmente in PMI, e hanno un fatturato di 300 miliardi di euro. Nella gestione delle foreste – il 40% delle quali è proprietà dello Stato – sono impiegate 350.000 persone.
Nell’UE l’attuale rapporto tra abbattimento e incremento è stabile al 60% circa. Si prevede che il rapporto aumenterà in molti paesi fino a oltre il 100%, causando un calo delle risorse forestali in crescita dopo il 2020. Le foreste europee, inoltre, e il settore silvicolo europeo sono regolati da una varietà di modelli regionali e nazionali, raggruppati in base al loro orientamento produttivo e protettivo. Le foreste assicurano sia risorse che funzioni ecosistemiche. Il Parlamento ha messo in guardia sui rischi per le foreste. I rischi climatici come tempeste, sradicamenti causati dal vento, siccità, aumento del rischio d’incendi, ma anche parassiti, malattie fungine. Gli effetti di questi due gruppi si rafforzano reciprocamente, come nel caso dei parassiti: temperature più elevate portano a cicli riproduttivi più lunghi di molte specie patogene.

 



Ma c’è anche, in aggiunta al danno, la domanda di biomassa legnosa da parte del settore dell’energia, che si sta rivelando, in alcuni casi, una minaccia per le foreste e per le industrie tradizionali della filiera. L’ipotesi secondo cui la biomassa legnosa non causa un aumento delle emissioni di gas serra non tiene infatti in considerazione le tempistiche più lunghe necessarie per riassorbire il “debito di carbonio“, che dipende dalla produttività degli alberi e dal precedente utilizzo e gestione del terreno.
Le politiche comuni che interessano le foreste comprendono la PAC (8 miliardi di euro nel pilastro 2), la politica ambientale (in particolare sulla biodiversità e l’acqua), le politiche in materia di energia, industria, commercio, ricerca e coesione (comprese la politica regionale e il fondo di solidarietà) e sono spesso caratterizzate da una mancanza di coerenza per quanto concerne la protezione delle foreste. L’impegno del Consiglio e del Parlamento dei confronti della protezione delle foreste è stato inoltre espresso tramite i regolamenti sulla prevenzione degli incendi (2158/1992), sul monitoraggio (2152/2003) e sulla due diligence degli operatori del legno (995/2010). La strategia forestale dell’UE del 1998 ha portato al piano d’azione per le foreste (PAF): migliorare la competitività a lungo termine; migliorare e proteggere l’ambiente; contribuire alla qualità della vita; favorire il coordinamento e la comunicazione. Tutti gli Stati membri dell’UE prendono anche parte al Processo Forest Europe che, negli ultimi 20 anni, ha elaborato approcci comuni alla gestione sostenibile delle foreste.

 



Ma perchè tutto questo possa dare i frutti sperati è ora essenziale che si affermi l’obbligatorietà dei programmi forestali nazionali, come strumento per garantirne il rispetto e per sviluppare il consenso sulla gestione sostenibile delle foreste.
fonte: greenews.info



 



sabato, maggio 21, 2011


Italia: record consumo d’acqua minerale



 Consumo acqua minerale – Primi in Europa, secondi al mondo per consumo pro capite d’acqua minerale: questa la pessima immagine sfoggiata dal bel paese negli ultimi anni. Periodo in cui siamo riusciti a scalare qualsiasi primato, piazzandoci sul podio di una classifica che ci premia come uno tra gli stati più propensi all’acquisto, in scomode bottiglie di plastica, del cosiddetto oro blu. Con i nostri 192 litri d’acqua a testa consumati ogni anno possiamo infatti “vantarci” di guardare le spalle solo al Messico (234 litri), superando di gran lunga una terra secca come quella degli Emirati Arabi che non eccede oltre i 151 litri pro capite. Ma la scelta di preferire l’acqua imbottigliata a quella di rubinetto non può certo considerarsi positiva né per noi stessi, né tanto meno per l’ambiente in cui viviamo. Basti pensare al drastico bilancio delle emissioni di CO2 che annualmente vengono riversate nell’atmosfera; al sempre più difficoltoso smaltimento del PET (il materiale con cui le aziende produttrici realizzano le bottiglie di plastica); e al trasporto di confezioni d’acqua che, molto spesso, percorrono migliaia di chilometri per raggiungere la propria destinazione.
 



Le radici di una simile situazione prendono piede verso gli anni Ottanta, quando in Italia ogni persona consuma appena 47 litri d’acqua l’anno. Proprio in questo periodo si diffonde quel mercato nazionale dell’imbottigliamento che, nel giro di pochissimo tempo, riesce ad imporsi avviando una sorta di vera e propria rivoluzione culturale, capace di stravolgere le abitudini dei cittadini in modo irreversibile. Dopo l’iniziale opera di convincimento ai danni della popolazione il resto viene da sé e pian piano sorgono una serie di aziende imbottigliatrici, desiderose di diffondere la loro “dottrina” tra un numero di seguaci che, giorno per giorno, scelgono di convertirsi alla sconvenienza di un mercato dell’acqua molto più caro rispetto ai costi proposti dagli acquedotti locali.
Lo scorrere del tempo accentua lo strapotere di queste realtà che ben presto riescono a trasformarci in un paese ipnotizzato da strategie pubblicitarie volte a promuovere la prestigiosa “cultura dell’imbottigliamento”. Un paese confuso, incapace di rendersi conto che la maggior parte degli acquedotti nazionali è perfettamente in grado di produrre un servizio eccellente a costi ridotti. Ma anche un paese che dopo anni di dittatura mediatica non sa ancora ribellarsi alle menzogne raccontate a suon di spot idilliaci da un business pericoloso come quello delle minerali.

 


fonte: newnotizie.it