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giovedì, agosto 04, 2011
mercoledì, agosto 03, 2011
Fotovoltaico: prezzi in picchiata, sovrapproduzione e grid parity
Eccesso di produzione, prezzi in picchiata e allora le condizioni per l'industrie si fanno più dure, ma la notizia buona è che la grid parity più vicina. Cosa succederà al mercato del fotovoltaico? I piccoli resteranno schiacciati dalla corsa a tagliare i costi di produzione, oppure, diventando il sole sempre più competitivo con le altre fonti, si creerà lo spazio per tutti? E' interessante quel che sta succedendo in questi ultimi tempi nel settore, descritto bene dall'ultimo rapporto di Solarplaza.
La domanda di moduli FV, vi si legge, potrebbe essere soddisfatta solo con la produzione delle 10 aziende più grandi, mentre a livello mondiale sono circa 400 i produttori di moduli. Stiamo andando cioè verso una situazione di oversupply. Tra i motivi, come abbiamo spiegato diverse volte (Qualenergia.it,Il fotovoltaico mondiale frena: è l'effetto Italia), ci cono i rallentamenti dovuti ai tagli degli incentivi in mercati importanti come il nostro e quello tedesco che con una domanda che cresce meno in fretta rispetto alla produzione. Conseguenza, dell'eccesso di offerta (ma anche delle riduzioni degli incentivi): già nei primi sei mesi dell'anno il prezzo dei moduli fotovoltaici è sceso del 25%.
Dunque, prezzi in picchiata che mettono a dura prova l'industria, ma che fanno avvicinare la grid parity, ossia il momento in cui il costo del kWh da FV diventerà competitivo senza sussidi rispetto alle fonti convenzionali (che in verità non sappiamo mai con esattezza quanto siano sussidiate). A quel punto le potenzialità di crescita del mercato diventerebbero infinite. Ma ce la faranno i piccoli della produzione di moduli a non rimanereschiacciati dai 10 giganti, che da soli al momento sarebbero in grado di soddisfare la domanda mondiale?
Le ambizioni dei grandi e la loro capacità produttiva, si vede dal report, sta crescendo molto più veloce del mercato. Queste aziende, di cui 8 sono cinesi, hanno già capacità produttive dell'ordine di qualche GW ciascuna. Per dare un'idea, l'anno scorso in Italia, secondo mercato più grande del mondo, si sono installati circa 2,3 GW (vedi statistiche su Qualenergia.it,Le cifre dell'energia fotovoltaica). E hanno in progetto di crescere ancora: alcune anche aumentando la capacità produttiva del 100%, come ad esempio LDK Solar, che vuole passare da 1,6 a 3 GW. Premesso che capacità produttiva non si traduce automaticamente in produzione, viene comunque da chiedersi: la torta sarà grande abbastanza per lasciare una fetta a tutti?
La domanda, spiegano da Solarplaza, troverà una risposta solo nei prossimi anni. Se i prezzi continuano a scendere si creeranno nuovi mercati e dunque nuova domanda. Ma se l'industria continua a crescere a ritmi troppi rapidi rispetto alle richieste del mercato non si potrà evitare l'oversupply, che avrà come conseguenze una lotta al ribasso sui prezzi, riduzione dei margini di guadagno e, dunque, tempi duri per le aziende meno solide.
Quel che è certo è però che sul medio-lungo termine la salute dell'industria nel suo complesso sarà ottima. Se diversi e relativamente poco prevedibili sono i fattori che influenzeranno la domanda (prezzo del petrolio, incentivi, politiche in materia di emissioni), il parametro che invece si conosce è chei costi e, sperabilmente i prezzi, del fotovoltaico continueranno a calare. Quando questa fonte sarà competitiva con le altre senza sussidi (in Italia potrebbe succedere già nel giro di 3-4 anni, Qualenergia.it, Fra tre anni fotovoltaico meno caro dell'elettricità dalla rete e Fotovoltaico, è crollo dei prezzi. Quali effetti?), le prospettive di crescita saranno pressoché infinite: si pensi, ricorda Solarplaza, che le previsioni della International Energy Agency dicono che il solare fornirà il 10% dell'elettrictà mondiale nel giro di 10-20 anni e che attualmente siamo appena allo 0,5%. Non manca certo lo spazio per crescere senza che nessuno resti soffocato.
Fonte Qualenergia
martedì, agosto 02, 2011
NAPOLI: LE MEDAGLIE VERDI
Nonostante la morsa della ‘munnezza’, Napoli riesce a testimoniare con la propria presenza una vetrina dedicata alle economie verdi, eco-ambientali e vicine alla salvaguardia del territorio. Nonostante le false promesse (le menzogne!!) di Berlusconi. Leggiamo il resoconto sulla selezione dei progetti ‘eco-sostenibili’.
Recentemente sono state consegnate le “medaglie verdi” alle imprese del sud più lungimiranti quanto al rispetto dell’ambiente: giunto alla decima edizione, il “Premio all’Innovazione Amica dell’Ambiente” 2010 è stato assegnato a Napoli nel corso del convegno “Green economy a sud. Riflessioni e storie sul Meridione che ce l’ha fatta”.
Sono stati 230 i progetti in tutta Italia che hanno partecipato quest’anno alla selezione, ma solo in 8 ce l’hanno fatta.
I temi scelti per questa edizione del “Premio all’Innovazione Amica dell’Ambiente” sono stati 4:
Ciclo chiuso delle risorse e nuovi materiali. Dedicato alle imprese che hanno: 1) ridefinito i loro processi produttivi migliorandone l’efficienza energetica o adoperandosi per la riduzione delle emissioni di CO2; 2) avviato il riutilizzo di scarti di processo in maniera innovativa; 3) brevettato ed avviato la produzione di materiali sostitutivi non pericolosi; 4) attivato sinergie con il territorio per l’acquisizione delle materie prime e delle conoscenze.
La filiera delle energie rinnovabili. Categoria dedicata agli innovatori ed alle imprese che, congiuntamente all’installazione ed alla gestione di impianti di energia da fonti rinnovabili, producono e/o implementano in Italia tecnologie, prodotti e processi per la generazione di energia da fonti rinnovabili con alto contenuto di innovazione. In particolare, l’attenzione è stata rivolta a quelle aziende che investono in attività di ricerca ed innovazione industriale con l’obiettivo di individuare, sviluppare ed industrializzare prodotti, processi e servizi nella filiera delle rinnovabili, utilizzando in maniera coordinata incentivi e risorse, nel pieno rispetto della legalità.
Nutrire il pianeta, energia per la vita. Categoria dedicata alle aziende della filiera agro-chimica e della filiera agro-alimentare che: 1) hanno deciso di innovare attraverso investimenti in ricerca e tecnologie per la sostenibilità; 2) hanno fatto sistema con i diversi attori preservando la biodiversità; 3) hanno investito nella tutela e nella qualità e sicurezza del cibo, innovando o avviando l’innovazione nel campo della conservazione degli alimenti tramite l’utilizzo di nuovi imballaggi e tecnologie.
Abitare sostenibile. La sezione dedicata a materiali, tecnologie e soluzioni, servizi e sistemi che assicurano agli edifici una elevata qualità abitativa e sostenibilità ambientale.
Andrea Poggio, vicedirettore generale di Legambiente, ritiene che “ll successo del nostro premio, anche al Sud, è la prova che per la “Green Economy” la crisi ha rappresentato solo un rallentamento nella crescita. E’, dunque, da qui che inizierà la ripresa. Ci domandiamo quanto tempo ci vorrà perché il governo se ne accorga e scommetta, come fa l’Europa, in una Italia sempre più verde”.
Alcuni dati: le “ecoindustrie” da sole fatturano in Europa 319 miliardi di euro (2,5% della produzione complessiva); un incremento annuo dell’8% che rende questo settore uno dei più dinamici del continente (fonte: Bilbao Declaration 2010). Inoltre, una ricerca sostiene che se si dedicasse il 3% del Pil dell’Unione Europea alla Ricerca & Sviluppo entro il 2020, si potrebbero creare 3,7 milioni di posti di lavoro e, nel 2025, un incremento annuo del Pil vicino agli 800 miliardi di euro (P. Zagamè 2010 – The Cost of a non-innovative Europe); in questo panorama sono comprese anche le aziende che fanno eco-innovazione in Italia.
Secondo Aldo Romario Fumagalli, presidente della Commissione Sviluppo Sostenibile di Confindustria, “un migliore utilizzo delle risorse e l’uso di energie rinnovabili non solo permette di mantenere adeguati livelli competitivi, ma, anzi, di aumentarli ed individuare nuove occasioni di crescita aziendale”.
(Fonte: Ecquologia)
domenica, luglio 31, 2011
sabato, luglio 30, 2011
Il Molise delle mafie
Terra di conquista, dove s’infiltrano e quali sistemi sfruttano
La Voce lo scriveva nel 2009, oggi lo scoprono anche i relatori del Rapporto Ecomafia 2011: il verde Molise è da tempo terra di conquista per il crimine organizzato. Ma andiamo a vedere, una per una, le inerzie alla base del fenomeno: quali sono i settori in cui operano? E quali sono le falle del sistema che vengono sfruttate dalle mafie per infiltrarsi nell’economia locale? Senza dimenticare le minacce al giornalista molisano Michele Mignogna, ennesimo segnale di una situazione che in pochi vogliono accettare: il Molise delle Mafie.
di Andrea Succi
Nel Rapporto Ecomafia 2011, in libreria dal 22 giugno, si segnala il paragrafo intitolato “Analisi della Dia sul ciclo dei rifiuti”, nel quale viene ancora una volta confermata – se ce ne fosse bisogno -l’attenzione dell’Antimafia verso le inchieste pubblicate dalla Voce delle Voci (e da Infiltrato.it), che si è trovata ad anticipare i tempi di almeno due anni.
Risale proprio al 2009 l’inchiesta pubblicata sulla Voce dal titolo “Caturano Story”, ripresa dagli investigatori della Dia per analizzare parte del fenomeno ecomafioso.
Nel rapporto infatti si legge: «Emerge da alcune attività giudiziarie come il Molise sia diventato il punto finale di arrivo per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi. È stato registrato negli ultimi mesi un via vai di camion per trasporto rifiuti nel tratto Caianello-Venafro-Isernia-Boiano, sino ad arrivare nella zona di Campobasso. In un recente passato, nei pressi di Venafro, sono stati fermati camion che trasportavano rifiuti tossici spacciati per fertilizzanti e destinati alla concimazione dei terreni agricoli (…). Per quanto riguarda Isernia sono state segnalate e sequestrate circa una ventina di discariche abusive negli ultimi due anni, come quella di Fragnete e di Colle S. Maria, nelle quali sono stati sversati dai rifiuti urbani a quelli chimici, non procedendo poi ad alcuna successiva bonifica dei siti».
Le analisi della Dia si basano esattamente su quanto scriveva la Voce due anni fa, dopo aver seguito da vicino il percorso dei Caturano e aver controllato – mettendoci piede – le vecchie discariche abusive di Fragnete e Colle Santa Maria, più l’altra ventina di siti inquinati sparsi per la provincia di Isernia. E proprio su queste colonne si è cominciato a parlare in maniera sistematica di criminalità organizzata in Molise, dove operano i La Torre di Mondragone, i Casalesi, i Bellocco di Rosarno, i clan catanesi e alcuni esponenti legati alla Sacra Corona Unita.
Il Molise è diventato un eldorado per le mafie. Perché? Semplice. Controlli insufficienti – basti pensare che il Noe è composto da quattro unità, di cui solo tre operativi – tanto verde per discariche abusive o cementificazioni selvagge, centinaia di sportelli bancari, l’ignoranza dei signorotti locali.
E’ tutto questo, ciò che ha favorito gli investimenti della criminalità organizzata nel piccolo Molise.
E dopo due anni dalle nostre prime denunce non solo nessuno si è preso la briga di bonificare i siti inquinati – a Fragnete è stato addirittura aperto un parco naturale per le testuggini Hermann, che pascolano sopra i rifiuti – ma sono aumentati a dismisura i sintomi territoriali di una radicalizzazione mafiosa, che utilizza l’intero rosario di strumenti illeciti a disposizione, con una predilezione particolare per cemento, rifiuti e attività di copertura per riciclare denaro sporco.
Le operazioni sospette, segnalate all’Uif, l’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia, vengono girate alla Dia, che le verifica e decide se trattenerle o meno per ulteriori indagini. Il problema è che nel 2010, in Italia, su 12.828 operazioni sospette, solo 222 posizioni sono state ritenute meritevoli di approfondimento investigativo. E in Molise, su 40 segnalazioni, nessuna è stata presa in considerazione. Più o meno come negli anni precedenti.
E questo è sicuramente un incoraggiamento per chi delinque o vuole farlo.
L’alta capacità di realizzare profitti da attività illegali, e quindi riciclare i proventi, era stata certificata anche dal Rapporto Res 2010, “Alleanze nell’ombra. Mafie e economie locali in Sicilia e nel Mezzogiorno”, che ha messo in evidenza un’alta compenetrazione, in Molise, tra colletti bianchi e criminalità organizzata.
IL SONNO DELL’OSSERVATORIO
Un ulteriore segnale incoraggiante per la criminalità organizzata arriva dall’analisi di un dato statistico di controllo e prevenzione, relativo all’accesso ai cantieri «nel contesto della attività istituzionale svolta nel settore degli appalti pubblici», tramite l’Ossevatorio Centrale degli Appalti Pubblici. In Molise, nel 2010, due soli accessi, per un totale di 17 persone controllate.
E nel resto d’Italia non va tanto meglio: basti pensare che nella vicina Campania il numero di accessi sale a tre, con un totale di 125 persone controllate. Come dire, via libera per tutti.
Ma il caso più eclatante rispetto alla penetrazione del fenomeno mafioso nella regione governata dal presidente Michele Iorio, Pdl, si è avuto qualche giorno fa, con il primo episodio di un giornalista seriamente minacciato per aver condotto inchieste sugliintrecci tra imprenditoria, politica e criminalità organizzata riguardo proprio a fatti di ecomafia e speculazione edilizia. Se negli anni passati chi aveva osato scoperchiare certi pentoloni era stato oggetto di semplici sms minatori e di qualche telefonata poco gradevole, ora con il giornalista Michele Mignogna – cronista di Primonumero che collabora con Giuseppe Caporale di Repubblica – si è andati ben oltre: gli è stata recapita una testa di capretto sgozzata, accompagnata da una lettera di minacce.
Cherifiuti e cemento siano il tasto dolente molisano viene confermato anche dalla Direzione Nazionale Antimafia, che nella relazione 2010 rivela come «esponenti “qualificati” dei clan si sono mostrati interessati al settore dello smaltimento illecito dei rifiuti, al riciclaggio di denaro in immobili e attività commerciali nelle località della costa e al controllo degli appalti pubblici». Sulla costa, e non solo, tanto è vero che la Dia «ha scoperto in un piccolo istituto di credito di Venafro la presenza di conti correnti milionari intestati ad anziani prestanome e riconducibili al clan dei Casalesi».
Ma non basta, perché a marzo 2011, sempre a Venafro, vengono fermati tre pregiudicati campani provenienti dal basso casertano, interni al clan ma non affiliati, che trasportavano rifiuti pericolosi senza nessuna autorizzazione. Durissima la risposta delle forze dell’ordine: foglio di via obbligatorio e, mi raccomando, non fatevi più vedere.
Riciclaggio, rifiuti e appalti, è questo il coltello affilato che piaga i molisani. Con il sonno profondo delle procure di Isernia e Campobasso, che il più delle volte stanno a guardare.
[Fonte: infiltrato.it] Tratto da La Voce delle Voci di Luglio/Agosto 2011
venerdì, luglio 29, 2011
LAMPADE FLUORESCENTI A RISPARMIO ENERGETICO – SMALTIRE CON CURA
Dal 2012 le lampade a incandescenza e dal 2016 quelle al neon non si troveranno più sul mercato, mentre è facile prevedere il boom delle lampade fluorescenti a risparmio energetico che già fanno registrare una crescita rapidissima – solo nel 2010 oltre 130 milioni di pezzi acquistati.
Il beneficio derivante dall’impiego delle lampade a risparmio non riguarda solo l’aspetto economico. Si può ridurre il consumo di elettricità sino all’80% infatti e, parallelamente, l’emissione di anidride carbonica, quindi con un beneficio per l’ambiente. Attenzione però a cosa fare quando, una volta esausta, la lampada va smaltita.
Lo smaltimento delle lampade a risparmio energetico, per la presenza di mercurio (sostanza altamente inquinante) – sebbene sul mercato sono comparse lampade fluorescenti completamente prive di vapori di mercurio – va effettuato nelle modalità previste per i RAEE (Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche).
In Italia, è attivo Ecolamp, il Consorzio per raccolta e il trattamento delle sorgenti luminose a basso consumo esauste. Sul sito del Consorzio, è disponibile una funzione di ricerca per individuare i centri di raccolta o isole ecologiche presso cui effettuare il conferimento.
Fonte Informambiente
giovedì, luglio 28, 2011
4mila litri d'acqua a bistecca
gli sprechi che non vediamo
Miliardi di metri cubi utilizzati per coltivare cibi che poi vengono buttati via come le 177mila 479 tonnellate di mele rimaste sui campi nel 2009 perché sconveniente raccoglierle. La Ue scende il campo per il consumo responsabile
di ANTONIO CIANCIULLO
ROMA - Una bella fiorentina al sangue da 3 etti costa 4.650 litri di acqua. Per il contorno di patate arrosto che l'accompagnano ce la caviamo con 25 litri. Il piatto di ciliegie fa 373 litri. E la tazzina di caffè 140. A tavola non contano solo le calorie: senza accorgercene divoriamo un fiume di acqua che è servita a coltivare e ad allevare i prodotti che finiscono nel nostro piatto. E, quando buttiamo via il cibo, buttiamo anche l'acqua che contiene.
Se ci fermiamo al singolo pasto, i numeri appaiono limitati. Ma se prendiamo le 177.479 tonnellate di mele rimaste sul campo nel 2009 perché raccoglierle non era più conveniente, scopriamo che per farle crescere c'erano voluti 124 milioni di metri cubi di acqua: gettati via. Per i pomodori è andata peggio: 3,5 milioni di tonnellate sprecate equivalgono a 644 milioni di metri cubi di acqua. E per le olive non utilizzate (3,4 milioni di tonnellate) si arriva a 6,5 miliardi di metri cubi di oro blu. In totale in Italia nel 2010 sono stati sprecati 12,6 miliardi di metri cubi di acqua per colpa di 14 milioni di tonnellate di prodotti agricoli non raccolti.
Per arginare questa emorragia, il Parlamento europeo ieri ha chiesto ufficialmente di proclamare il 2013 anno europeo contro lo spreco alimentare. "È un percorso che abbiamo iniziato nel 2010 con il Libro Nero contro lo spreco alimentare promosso da Last Minute Market e che continua quest'anno con il Libro Blu contro lo spreco idrico", spiega il presidente della Commissione agricoltura europea
Paolo De Castro. "Ora, con il rapporto Caron, siamo passati a una fase operativa: dobbiamo mettere a punto misure concrete per vincere questa battaglia".
Anche se la Terra è avvolta per il 70 per cento dall'acqua, solo una piccola quota degli 8 milioni di chilometri cubi di acqua dolce è effettivamente utilizzabile e la pressione congiunta di crescita demografica, aumento dei consumi pro capite e inquinamento stanno rendendo la risorsa idrica un bene sempre più prezioso. E sempre più conteso, come dimostra la moltiplicazione dei conflitti per il controllo dei fiumi in un mondo in cui 1,4 miliardi di persone non ha accesso all'acqua potabile.
"La favola a lieto fine che ci avevano insegnato a scuola, con l'acqua che arriva al mare, poi sale sotto forma di nuvoletta e torna a scendere con la pioggia in un ciclo infinito che permette a tutti di bere, non è più vera", spiega Andrea Segrè, preside della facoltà di Agraria a Bologna e animatore della campagna contro lo spreco. "I conti non tornano perché stiamo usando più acqua di quella disponibile senza impoverire le riserve e, soprattutto, ne utilizziamo una quantità incredibile per produrre alimenti che poi buttiamo via al momento della raccolta, della distribuzione o del consumo: in Italia ogni anno si spreca una quantità di cibo che basterebbe a sfamare, nello stesso periodo, tutti gli spagnoli".
La dieta mediterranea aiuta a contenere il consumo idrico (500 metri cubi di acqua pro capite all'anno contro i 900 della dieta anglosassone), ma l'equilibrio tra zone assetate e zone capaci di acquistare acqua virtuale importando i cibi che la contengono si fa sempre più precario.
Nella campagna Last Minute Market contro lo spreco idrico, sostenuta da Eni e Unicredit e presentata domani a Roma, si precisa che l'88 per cento delle risorse idriche è consumato dall'11 per cento della popolazione mondiale. Un abitante di un paese povero sopravvive con 20 litri al giorno, in Italia si arriva a 213, negli Stati Uniti a 600. L'Italia, che ha il record europeo dei consumi idrici domestici, è in testa alla classifica anche per il consumo di acqua minerale che, secondo i dati di Last Minute Market, incide per il 9 per cento sul costo della dieta tipo di un uomo adulto che scelga questa opzione
Fonte La Repubblica