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venerdì, giugno 14, 2013

NUOVE TRIVELLAZIONI



NUOVE TRIVELLAZIONI IN PUGLIA
  Le Associazioni ambientaliste Folgore e Demetra di Trani, lanciano un nuovo allarme petrolio offshore lungo le coste della provincia di Barletta-Andria-Trani (Bat) e chiedono «L’intervento di tutte le Amministrazioni comunali costiere della Bat (sindaci, giunte e Consigli comunali) affinché esprimano tutti il loro diniego alle istanze e attività di ricerca idrocarburi nel Mare Adriatico al largo delle nostre coste, finalizzate alle trivellazioni di pozzi petroliferi esplorativi destinati a divenire permanenti in presenza di petrolio nei nostri fondali marini».
Il nuovo pericolo per il mare pugliese viene da una vecchia conoscenza di greenreport.it,  la Northern Petroleum Ltd, una multinazionale che ha interessi in Gran Bretagna, Olanda, Guyana, Spagna ed Italia, dove dice che  «Le nostre licenze sono ben distribuite in core areas attraverso le più importanti province italiane, l’area meridionale del Mar Adriatico, il Mar Ionio,  l’offshore del Canale di Sicilia ed anche la Valle del Po».
«In particolare – dicono Folgore e Demetra – stando a quanto pubblicato nel Buig (Bollettino ufficiale degli Idrocarburi e delle georisorse) del ministero dello sviluppo economico), sono tutt’ora attive le due istanze denominate “d 61 F.R-.NP” e “d 66 F.R-.NP”, entrambe situate nell’area di mare di fronte ai Comuni costieri di Bisceglie, Trani, Barletta e Margherita di Savoia ed in parte anche nella provincia di Bari».
La superficie dell’Istanza di permesso di ricerca della d 61 F.R-.NP è di 728,3 Km2 e quella della  d 66 F.R-.NP di 711,6 Km2, la prima richiesta è del 2006, la seconda risale al 2009, l’ultima fase del procedimento amministrativo è del 26 marzo 2013.
Come scrive la Northern Petroleum con un certo fastidio sul suo sito, «Abbiamo mantenuto il ritmo, anche se non veloce, dato le preoccupazioni ambientali in Italia, i regolamenti ed i processi legislativi per ottenere i dati necessari per il successo dei programmi di perforazione futuri e per il “derisk” potenziale delle nostre esplorazioni. Questo n un contesto di crescente speranza che il nuovo governo avrebbe preso una posizione più incoraggiante ed accelerato l’esplorazione,  e il nostro punto di vista sembra essere giustificato». I petrolieri fanno evidentemente riferimento al via libera alle trivellazioni offshore del governo Monti.
«La priorità nel 2011 –continua la Northern Petroleum – è stato quella di concentrarsi sui nostri assets di grande valore nell’Adriatico meridionale, che ospita le scoperte Giove e Rovesti. Abbiamo concordato una farm-out del 15% dei permessi che contengono le scoperte Giove e Rovesti con Azimuth, specialista globale nella ricerca e sviluppo, per accelerare i lavori per delineare una valutazionesostem nibile e gli obiettivi di esplorazione e trivellazione». Ma la multinazionale è anche alla ricerca  di nuove licenze «in settori chiave promettenti dell’Italia per espandere la nostra asset base ed abbiamo domande in sospeso che miglioreranno il portafoglio all’interno delle nostre core areas.
Nel 2012 la Northern Petroleum ha lanciato un programma a lungo termine che punta direttamente ai mari dell’Italia meridionale: «Il Canale di Sicilia: Progress in Italy, dove le nostre prospettive sono così eccitanti, è una priorità. Il nostro obiettivo resta quello di concludere accordi per portare nuovi partner nella zona del Canale di Sicilia. Adriatico meridionale: un’indagine sismica 3D è previsto nel 2012 nell’Adriatico meridionale, anche se tempistica dipenderà dalle approvazioni necessarie da parte di tutte le autorità competenti. L’indagine sarà progettata per definire obiettivi di valutazione trivellabili, tra i quali la  grande prospettiva Cygnus».
Quindi gli ambientalisti pugliesi hanno fondate ragioni per preoccuparsi  per le due istanze nel mare della provincia di Bat ed a dire che «Prosegue l’iter amministrativo inteso a “petrolizzare” le nostre coste pugliesi Soltanto per queste due Istanze attive abbiamo un totale di ben 1.439,9  kmq del Mare Adriatico pugliese ipotecati dal rischio di nuove estrazioni petrolifere».
Folgore e Demetra «Mettono in guardia circa i danni alla pesca ed alla flora marina causati dalle ispezioni sismiche realizzate con la tecnica dell’air-gun per la ricerca di petrolio nei fondali marini della costa pugliese, non escludendo che la stessa ispezione sismica possa provocare il disorientamento dei cetacei a causa delle violente esplosioni di aria compressa dell’air-gun e che l’enorme pressione delle onde sonore cosi generate possa avere effetti di destabilizzazione sul delicato equilibrio marino».
Il problema, cone sempre quando si parla di idrocarburi, è anche di scelta di modello economico: « Inoltre, le ricerche petrolifere nel nostro mare potrebbero avere un forte impatto negativo sulle dinamiche dell’economia locale  - sottolineano le due associazioni – in quanto le nostre comunità locali vivono e sopravvivono grazie al settore turismo, oltre che al settore della pesca, le quali attività sarebbero seriamente compromesse.  Vogliamo mettere a rischio queste realtà solo ed esclusivamente per far arricchire la Northern Petroleum ed i propri sostenitori?»
Associazione Folgore – Trani – Il presidente dell’Associazione Folgore, Nunzio Di Lauro, e il presidente di Demetra, Roberto Caressa, concludono:   «Viviamo già in una grave e perdurante crisi economica ed il nostro primario interesse dev’essere quello di salvaguardare le piccole imprese locali e l’intero indotto economico e produttivo dei settori correlati al turismo e alla pesca, oltre che tutelare l’ambiente nel suo complesso e la fauna marina. Rimandiamo la Northern Petroleum a casa, nel Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, opponiamoci strenuamente a queste “invasioni barbariche” atte a devastare e stravolgere il nostro ecosistema marino e la nostra vita». (fonte: Greenreport)








giovedì, giugno 13, 2013

DECRESCITA INFELICE:



DECRESCITA INFELICE:
consumi energetici a picco e l’ ENEL che dice? Le famiglie italiane pagano poco

Spread o non spread che migliora, se c’è una cosa certa, questa è che l’Italia da tempo è in una pesante decrescita. L’ennesimo bollettino dell’Istat sulla produzione industriale dice che ad aprile 2013 è diminuita dello 0,3% rispetto a marzo e del 4,6% rispetto ad aprile 2012. Non solo, sempre secondo l’Istituto, nel primo trimestre 2013 il Pil è diminuito dello 0,6% rispetto al trimestre precedente e del 2,4% rispetto al primo trimestre 2012. Se si incrociano questi dati con quelli sulla disoccupazione, si vede bene come il rapporto sia direttamente proporzionale e, se tanto ci dà tanto, il grado di felicità della suddetta decrescita ci pare ai minimi.
Per contro, l’ambiente potrebbe ringraziare la crisi visto che i consumi (di energia e di materia) sono in netto calo: -2,3% per l’energia e -14,8% per il settore che, in termini tendenziali, registra in aprile la più ampia variazione negativa: ovvero, l’attività estrattiva.
Ancora una volta, dunque, dal nostro punto di vista non è utile constatare quanto in basso stiamo andando, ma come si possono invertire le cose prendendo il buono della crisi, ovvero la connessione (anch’essa diretta) tra riduzione del Pil e riduzione degli impatti sull’ambiente. Questo è il nodo. Far ripartire l’economia, perché senza non c’è felicità almeno per la stragrande maggioranza delle persone, ma senza compromettere le risorse. Come? Cercando il più possibile di scegliere cosa vogliamo che cresca. A partire dal lavoro che deve essere di più – e l’ambiente ne offrirebbe molto, a partire dalla manutenzione dell’esistente – all’efficienza e alla rinnovabilità energetica e della materia.
Ma già qui non sarà facile mettersi d’accordo: uno dei guai, leggendo ad esempio l’ad di Enel Fulvio Conti (intervenuto sull’inserto Corriereconomia di oggi) è che i consumi di energia stanno crollando, tanto che starebbero tornando a quelli del 2002. E se da una parte è ovvio che l’ad di un’azienda che produce energia non possa non sperare che i consumi aumentino, perché così fa più profitti, tuttavia l’Enel è anche una società pubblica (il Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano è ancora l’azionista di riferimento), dunque ha la necessità di ridurre i consumi, come richiesto anche dai patti dell’Ue. Come si concilia tutto questo? Fosse per Enel, tra l’altro, si sarebbe da un pezzo tornati all’utilizzo del carbone, per non dire del nucleare, e la scelta con Enel Green Power di investire nelle rinnovabili non compensa certo questi reiterati tentativi di ritorno al passato.
Ma la cosa sorprendente è che nell’incastro tra sostenibilità economica, ambientale e sociale, nell’intervista di Conti emergono elementi finora non emersi nella discussione che vedeva da una parte quelli che dicono che le rinnovabili hanno ingigantito la bolletta e poco altro, e quelli che invece ne rivendicano i benefici per l’economia e per l’ecologia.
E Conti ad esempio spiega bene le virtù e gli attuali limiti delle rinnovabili: «È evidente – spiega l’ad Enel – che le rinnovabili giocano un ruolo sempre più importante. In alcuni momenti della giornata arrivano a copri re fino al 50% del fabbisogno, per poi crollare anche sotto al 10%. Si tratta di oscillazioni pericolose se non supportate da un sistema di riserva. Ci sono impianti che ormai lavorano 500 ore all’anno, ovvero il 5-6% della loro potenzialità; ma vanno mantenuti e spesati perché senza di essi non avremmo tutta l’energia che ci serve». Conti però prosegue, e dopo aver ricantato le lodi a carbone e nucleare – «In Francia circa l’80% è nucleare, la Germania ha molto carbone e lignite, peraltro sussidiati, e nucleare. Se in Europa il costo opportunità è di 40 euro al megawattora, da noi è a 60 euro» – aggiunge che  «gli altri Paesi fanno anche altre scelte»: «Prendiamo ancora la Germania. La signora Maria italiana paga l’energia elettrica 19 centesimi al kilowattora, quella tedesca quasi 26: insomma, là le famiglie pagano di più. Sulle grandi industrie non c’è molta differenza. A soffrire, in Italia, sono invece le piccole e medie imprese: è su di loro che si scaricano i costi. In Germania, che ha più o meno la stessa proporzione italiana di piccole e medie imprese, hanno invece scelto di esentarle da pesi eccessivi, rovesciando gli oneri accessori sui cittadini».
E qui scatta la domanda che invece il giornalista del Corriere non ha fatto, ovvero: «Che cosa vuol dire con questo?». Perché la risposta cambia totalmente il senso di queste affermazioni. Se infatti per Conti la risposta è che fanno bene in Germania a far pagare ai cittadini quei costi, ci sarebbe davvero da rimanere senza fiato. Di fronte al liberismo sfrenato richiesto dalle aziende (grandi o piccole che siano) anche in Italia si pretenderebbe invece che gli oneri ricadessero ancora una volta sui cittadini? Come se peraltro i costi della bolletta cara per le piccole imprese non fosse già questa scaricata sui prodotti finali messi in vendita, e quindi sui cittadini stessi. Diversamente, può anche darsi che Conti intendesse dire che noi in Italia siamo bravi perché in Germania fanno ricadere tutto sui cittadini, ma il dubbio resta.
Come si vede la sostenibilità ambientale, sociale ed economica non vanno a braccetto se non si capiscono e non si mettono in buon ordine le priorità. Se dall’energia ci spostiamo alla materia, infatti, le cose non stanno diversamente. Finché l’economia tirava, il problema era dove mettere la spazzatura per qualcuno e come ridurre e gestire al meglio i flussi di materia per quelli che avevano una visione più completa del problema. Di fronte (almeno in Europa) ad un’inversione del trend, si vede bene che non si sa che pesci prendere perché quegli auspici di riduzione dei consumi evidentemente erano, nella migliore delle ipotesi, tali. Con un’aggravante rispetto alla Germania: quello è un Paese che ha un chiaro Programma energetico nazionale e che è stata in grado di rivederlo in corsa dopo Fukushima Daichi (e che  già oggi vende in inverno energia eolica alla nucleare Francia), l’Italia, grazie anche alle pressioni delle nostre multinazionali semi-statali e alle amicizie con l’oligarchia energetica russa (per non parlare di Gheddafi e dei dittatori arabi vecchi e nuovi…) quel Piano non ce l’ha. (fonte: green report)





mercoledì, giugno 12, 2013

AMBIENTALISMO



AMBIENTALISMO PRATICO: COME MISURARE IL PROGRESSO E MUOVERSI VERSO LA SOSTENIBILITA’

«La sostenibilità è associata alla parola ambiente, ma questa stretta interpretazione ambientale è fuorviante. La sostenibilità non riguarda l’ambiente. Riguarda la riproducibilità sociale ed economica. In questo contesto, l’ambiente ha un ruolo fondamentale, perché fornisce tantissimi servizi – i quali solitamente non vengono solitamente considerati». Con le parole di Tommaso Luzzati, economista ecologico dell’università di Pisa, inizia con un taglio più che mai pragmatico l’evento Misurare il progresso, muoversi verso la sostenibilità curato dal nostro quotidiano all’interno del festival Quanto Basta. Si contribuisce così a riportare ordine circa le coordinate entro le quali il dibattito sulla sostenibilità dovrebbe svolgersi per essere propositivo, cosa nient’affatto facile all’interno di certi ambientalismi.
Come avere un’idea ancora più precisa della sostenibilità, e del nostro rapporto con essa? Qui entra in gioco la misurazione, con un ruolo fondamentale: quello di guida politica. Per quest’oggetto «multidimensionale» che è la sostenibilità, che presenta al suo interno «diverse unità di misura e scale», costruire un indicatore composito è una bella sfida. Raccolta con entusiasmo da Luzzati, che durante l’evento presenta i risultati di due suoi studi redatti insieme a Gianluca Gucciardi e freschi di stampa, di matrice nazionale ed europea. Lo studio La sostenibilità delle regioni italiane, nato «nell’ambito dell’associazione Irta Leonardo – precisa Luzzati – utilizza complessivamente 66 indicatori, raggruppati in 10 macrotemi». Nello studio Assessing the relative sustainability of the 27 European Countries. A robustness approach gli indicatori lievitano ancora, arrivando a 76.
fONTE: greenreport.it


martedì, giugno 11, 2013

MOSTRA

Presso la scuola elementare "Marconi" di Petacciato, ci sarà una mostra allestita dai ragazzi delle 1, 3 e 4 elemantare, dei progetti svolti nell'anno scolastico 2012/2013. La mostra è aperta tutte le mattine (orario scolastico):




domenica, giugno 09, 2013

L'INCONTRO DELLA DOMENICA



Erano due anni che non incontravo Hermann. 
Oggi, finalmente ci siamo ritrovati. 
Dopo l’incendio pensavo che non.............. invece è vivo e vegeto, così come sempre, forse un po’ invecchiato ma sempre vivo.
Ormai non si spaventa più e, nonostante i nostri incontri sempre più rari, mi riconosce e dopo avermi rassicurato sulla sua salute mi saluta con uno splendido arrivederci.
Ecco alcune immagini: