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sabato, giugno 15, 2013
venerdì, giugno 14, 2013
NUOVE TRIVELLAZIONI
NUOVE
TRIVELLAZIONI IN PUGLIA
Le
Associazioni ambientaliste Folgore e Demetra di Trani, lanciano un nuovo
allarme petrolio offshore lungo le coste della provincia di
Barletta-Andria-Trani (Bat) e chiedono «L’intervento di tutte le
Amministrazioni comunali costiere della Bat (sindaci, giunte e Consigli
comunali) affinché esprimano tutti il loro diniego alle istanze e attività di
ricerca idrocarburi nel Mare Adriatico al largo delle nostre coste, finalizzate
alle trivellazioni di pozzi petroliferi esplorativi destinati a divenire
permanenti in presenza di petrolio nei nostri fondali marini».
Il nuovo pericolo per il
mare pugliese viene da una vecchia conoscenza di greenreport.it, la Northern Petroleum Ltd,
una multinazionale che ha interessi in Gran Bretagna, Olanda, Guyana, Spagna ed
Italia, dove dice che «Le nostre licenze sono ben distribuite in core
areas attraverso le più importanti province italiane, l’area meridionale del
Mar Adriatico, il Mar Ionio, l’offshore del Canale di Sicilia ed anche la
Valle del Po».
«In particolare – dicono
Folgore e Demetra – stando a quanto pubblicato nel Buig (Bollettino ufficiale
degli Idrocarburi e delle georisorse) del ministero dello sviluppo economico),
sono tutt’ora attive le due istanze denominate “d 61 F.R-.NP” e “d 66 F.R-.NP”,
entrambe situate nell’area di mare di fronte ai Comuni costieri di Bisceglie,
Trani, Barletta e Margherita di Savoia ed in parte anche nella provincia di
Bari».
La superficie dell’Istanza
di permesso di ricerca della d 61 F.R-.NP è di 728,3 Km2 e quella della d
66 F.R-.NP di 711,6 Km2, la prima richiesta è del 2006, la seconda
risale al 2009, l’ultima fase del procedimento amministrativo è del 26 marzo
2013.
Come scrive la Northern
Petroleum con un certo fastidio sul suo sito, «Abbiamo mantenuto il ritmo,
anche se non veloce, dato le preoccupazioni ambientali in Italia, i regolamenti
ed i processi legislativi per ottenere i dati necessari per il successo dei
programmi di perforazione futuri e per il “derisk” potenziale delle nostre
esplorazioni. Questo n un contesto di crescente speranza che il nuovo governo
avrebbe preso una posizione più incoraggiante ed accelerato l’esplorazione,
e il nostro punto di vista sembra essere giustificato». I petrolieri fanno
evidentemente riferimento al via libera alle trivellazioni offshore del governo
Monti.
«La priorità nel 2011
–continua la Northern Petroleum – è stato quella di concentrarsi sui nostri
assets di grande valore nell’Adriatico meridionale, che ospita le scoperte Giove
e Rovesti. Abbiamo concordato una farm-out del 15% dei permessi che contengono
le scoperte Giove e Rovesti con Azimuth, specialista globale nella ricerca e
sviluppo, per accelerare i lavori per delineare una valutazionesostem nibile e
gli obiettivi di esplorazione e trivellazione». Ma la multinazionale è anche
alla ricerca di nuove licenze «in settori chiave promettenti dell’Italia
per espandere la nostra asset base ed abbiamo domande in sospeso che
miglioreranno il portafoglio all’interno delle nostre core areas.
Nel 2012 la Northern
Petroleum ha lanciato un programma a lungo termine che punta direttamente ai
mari dell’Italia meridionale: «Il Canale di Sicilia: Progress in Italy, dove le
nostre prospettive sono così eccitanti, è una priorità. Il nostro obiettivo
resta quello di concludere accordi per portare nuovi partner nella zona del
Canale di Sicilia. Adriatico meridionale: un’indagine sismica 3D è previsto nel
2012 nell’Adriatico meridionale, anche se tempistica dipenderà dalle
approvazioni necessarie da parte di tutte le autorità competenti. L’indagine
sarà progettata per definire obiettivi di valutazione trivellabili, tra i quali
la grande prospettiva Cygnus».
Quindi gli ambientalisti
pugliesi hanno fondate ragioni per preoccuparsi per le due istanze nel
mare della provincia di Bat ed a dire che «Prosegue l’iter amministrativo
inteso a “petrolizzare” le nostre coste pugliesi Soltanto per queste due
Istanze attive abbiamo un totale di ben 1.439,9 kmq del Mare Adriatico
pugliese ipotecati dal rischio di nuove estrazioni petrolifere».
Folgore e Demetra «Mettono
in guardia circa i danni alla pesca ed alla flora marina causati dalle
ispezioni sismiche realizzate con la tecnica dell’air-gun per la ricerca di
petrolio nei fondali marini della costa pugliese, non escludendo che la stessa
ispezione sismica possa provocare il disorientamento dei cetacei a causa delle
violente esplosioni di aria compressa dell’air-gun e che l’enorme pressione
delle onde sonore cosi generate possa avere effetti di destabilizzazione sul
delicato equilibrio marino».
Il problema, cone sempre
quando si parla di idrocarburi, è anche di scelta di modello economico: «
Inoltre, le ricerche petrolifere nel nostro mare potrebbero avere un forte
impatto negativo sulle dinamiche dell’economia locale - sottolineano le
due associazioni – in quanto le nostre comunità locali vivono e sopravvivono
grazie al settore turismo, oltre che al settore della pesca, le quali attività
sarebbero seriamente compromesse. Vogliamo mettere a rischio queste
realtà solo ed esclusivamente per far arricchire la Northern Petroleum ed i
propri sostenitori?»
Associazione Folgore –
Trani – Il presidente dell’Associazione Folgore, Nunzio Di Lauro, e il
presidente di Demetra, Roberto Caressa, concludono: «Viviamo già in
una grave e perdurante crisi economica ed il nostro primario interesse
dev’essere quello di salvaguardare le piccole imprese locali e l’intero indotto
economico e produttivo dei settori correlati al turismo e alla pesca, oltre che
tutelare l’ambiente nel suo complesso e la fauna marina. Rimandiamo la Northern
Petroleum a casa, nel Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord,
opponiamoci strenuamente a queste “invasioni barbariche” atte a devastare e
stravolgere il nostro ecosistema marino e la nostra vita». (fonte: Greenreport)
giovedì, giugno 13, 2013
DECRESCITA INFELICE:
DECRESCITA INFELICE:
consumi energetici a picco e l’
ENEL che dice? Le famiglie italiane pagano poco
Spread o
non spread che migliora, se c’è una cosa certa, questa è che l’Italia da tempo
è in una pesante decrescita. L’ennesimo bollettino dell’Istat sulla produzione
industriale dice che ad aprile 2013 è diminuita dello 0,3% rispetto a marzo e del
4,6% rispetto ad aprile 2012. Non solo, sempre secondo l’Istituto, nel primo
trimestre 2013 il Pil è diminuito dello 0,6% rispetto al trimestre precedente e
del 2,4% rispetto al primo trimestre 2012. Se si incrociano questi dati con
quelli sulla disoccupazione, si vede bene come il rapporto sia direttamente
proporzionale e, se tanto ci dà tanto, il grado di felicità della suddetta
decrescita ci pare ai minimi.
Per
contro, l’ambiente potrebbe ringraziare la crisi visto che i consumi (di
energia e di materia) sono in netto calo: -2,3% per l’energia e -14,8% per il
settore che, in termini tendenziali, registra in aprile la più ampia variazione
negativa: ovvero, l’attività estrattiva.
Ancora
una volta, dunque, dal nostro punto di vista non è utile constatare quanto in
basso stiamo andando, ma come si possono invertire le cose prendendo il buono
della crisi, ovvero la connessione (anch’essa diretta) tra riduzione del Pil e
riduzione degli impatti sull’ambiente. Questo è il nodo. Far ripartire
l’economia, perché senza non c’è felicità almeno per la stragrande maggioranza
delle persone, ma senza compromettere le risorse. Come? Cercando il più
possibile di scegliere cosa vogliamo che cresca. A partire dal lavoro che deve
essere di più – e l’ambiente ne offrirebbe molto, a partire dalla manutenzione
dell’esistente – all’efficienza e alla rinnovabilità energetica e della
materia.
Ma già
qui non sarà facile mettersi d’accordo: uno dei guai, leggendo ad esempio l’ad
di Enel Fulvio Conti (intervenuto sull’inserto Corriereconomia di oggi) è che i
consumi di energia stanno crollando, tanto che starebbero tornando a quelli del
2002. E se da una parte è ovvio che l’ad di un’azienda che produce energia non
possa non sperare che i consumi aumentino, perché così fa più profitti,
tuttavia l’Enel è anche una società pubblica (il Ministero
dell’Economia e delle Finanze italiano è ancora l’azionista di
riferimento), dunque ha la necessità di ridurre i consumi, come richiesto anche
dai patti dell’Ue. Come si concilia tutto questo? Fosse per Enel, tra l’altro,
si sarebbe da un pezzo tornati all’utilizzo del carbone, per non dire del nucleare,
e la scelta con Enel Green Power di investire nelle rinnovabili non compensa
certo questi reiterati tentativi di ritorno al passato.
Ma la
cosa sorprendente è che nell’incastro tra sostenibilità economica, ambientale e
sociale, nell’intervista di Conti emergono elementi finora non emersi nella
discussione che vedeva da una parte quelli che dicono che le rinnovabili hanno
ingigantito la bolletta e poco altro, e quelli che invece ne rivendicano i
benefici per l’economia e per l’ecologia.
E Conti
ad esempio spiega bene le virtù e gli attuali limiti delle rinnovabili: «È
evidente – spiega l’ad Enel – che le rinnovabili giocano un ruolo sempre più
importante. In alcuni momenti della giornata arrivano a copri re fino al 50%
del fabbisogno, per poi crollare anche sotto al 10%. Si tratta di oscillazioni
pericolose se non supportate da un sistema di riserva. Ci sono impianti che
ormai lavorano 500 ore all’anno, ovvero il 5-6% della loro potenzialità; ma
vanno mantenuti e spesati perché senza di essi non avremmo tutta l’energia che
ci serve». Conti però prosegue, e dopo aver ricantato le lodi a carbone e
nucleare – «In Francia circa l’80% è nucleare, la Germania ha molto carbone e
lignite, peraltro sussidiati, e nucleare. Se in Europa il costo opportunità è di
40 euro al megawattora, da noi è a 60 euro» – aggiunge che «gli altri
Paesi fanno anche altre scelte»: «Prendiamo ancora la Germania. La signora
Maria italiana paga l’energia elettrica 19 centesimi al kilowattora, quella
tedesca quasi 26: insomma, là le famiglie pagano di più. Sulle grandi industrie
non c’è molta differenza. A soffrire, in Italia, sono invece le piccole e medie
imprese: è su di loro che si scaricano i costi. In Germania, che ha più o meno
la stessa proporzione italiana di piccole e medie imprese, hanno invece scelto
di esentarle da pesi eccessivi, rovesciando gli oneri accessori sui cittadini».
E qui
scatta la domanda che invece il giornalista del Corriere non ha fatto, ovvero:
«Che cosa vuol dire con questo?». Perché la risposta cambia totalmente il senso
di queste affermazioni. Se infatti per Conti la risposta è che fanno bene in
Germania a far pagare ai cittadini quei costi, ci sarebbe davvero da rimanere
senza fiato. Di fronte al liberismo sfrenato richiesto dalle aziende (grandi o
piccole che siano) anche in Italia si pretenderebbe invece che gli oneri
ricadessero ancora una volta sui cittadini? Come se peraltro i costi della
bolletta cara per le piccole imprese non fosse già questa scaricata sui
prodotti finali messi in vendita, e quindi sui cittadini stessi. Diversamente,
può anche darsi che Conti intendesse dire che noi in Italia siamo bravi perché
in Germania fanno ricadere tutto sui cittadini, ma il dubbio resta.
Come si
vede la sostenibilità ambientale, sociale ed economica non vanno a braccetto se
non si capiscono e non si mettono in buon ordine le priorità. Se dall’energia
ci spostiamo alla materia, infatti, le cose non stanno diversamente. Finché
l’economia tirava, il problema era dove mettere la spazzatura per qualcuno e
come ridurre e gestire al meglio i flussi di materia per quelli che avevano una
visione più completa del problema. Di fronte (almeno in Europa) ad
un’inversione del trend, si vede bene che non si sa che pesci prendere perché
quegli auspici di riduzione dei consumi evidentemente erano, nella migliore
delle ipotesi, tali. Con un’aggravante rispetto alla Germania: quello è un
Paese che ha un chiaro Programma energetico nazionale e che è stata in grado di
rivederlo in corsa dopo Fukushima Daichi (e che già oggi vende in inverno
energia eolica alla nucleare Francia), l’Italia, grazie anche alle pressioni
delle nostre multinazionali semi-statali e alle amicizie con l’oligarchia
energetica russa (per non parlare di Gheddafi e dei dittatori arabi vecchi e
nuovi…) quel Piano non ce l’ha. (fonte: green report)
mercoledì, giugno 12, 2013
AMBIENTALISMO
AMBIENTALISMO PRATICO: COME MISURARE IL PROGRESSO E
MUOVERSI VERSO LA SOSTENIBILITA’
«La
sostenibilità è associata alla parola ambiente, ma questa stretta
interpretazione ambientale è fuorviante. La sostenibilità non riguarda
l’ambiente. Riguarda la riproducibilità sociale ed economica. In questo
contesto, l’ambiente ha un ruolo fondamentale, perché fornisce tantissimi
servizi – i quali solitamente non vengono solitamente considerati». Con le
parole di Tommaso Luzzati, economista ecologico dell’università di Pisa, inizia
con un taglio più che mai pragmatico l’evento Misurare il progresso, muoversi
verso la sostenibilità curato dal nostro quotidiano all’interno del festival
Quanto Basta. Si contribuisce così a riportare ordine circa le coordinate entro
le quali il dibattito sulla sostenibilità dovrebbe svolgersi per essere
propositivo, cosa nient’affatto facile all’interno di certi ambientalismi.
Come
avere un’idea ancora più precisa della sostenibilità, e del nostro rapporto con
essa? Qui entra in gioco la misurazione, con un ruolo fondamentale: quello di
guida politica. Per quest’oggetto «multidimensionale» che è la sostenibilità,
che presenta al suo interno «diverse unità di misura e scale», costruire un
indicatore composito è una bella sfida. Raccolta con entusiasmo da Luzzati, che
durante l’evento presenta i risultati di due suoi studi redatti insieme a
Gianluca Gucciardi e freschi di stampa, di matrice nazionale ed europea. Lo
studio La sostenibilità delle regioni italiane, nato «nell’ambito
dell’associazione Irta Leonardo – precisa Luzzati – utilizza complessivamente
66 indicatori, raggruppati in 10 macrotemi». Nello studio Assessing the relative sustainability of the 27 European
Countries. A robustness approach gli indicatori lievitano ancora,
arrivando a 76.
fONTE: greenreport.itmartedì, giugno 11, 2013
MOSTRA
Presso la scuola elementare "Marconi" di Petacciato, ci sarà una mostra allestita dai ragazzi delle 1, 3 e 4 elemantare, dei progetti svolti nell'anno scolastico 2012/2013. La mostra è aperta tutte le mattine (orario scolastico):
domenica, giugno 09, 2013
L'INCONTRO DELLA DOMENICA
Erano due anni che non incontravo Hermann.
Oggi,
finalmente ci siamo ritrovati.
Dopo l’incendio pensavo che non.............. invece è vivo e vegeto, così come sempre, forse un po’ invecchiato ma
sempre vivo.
Ormai non si spaventa più e, nonostante i nostri incontri
sempre più rari, mi riconosce e dopo avermi rassicurato sulla sua salute mi
saluta con uno splendido arrivederci.
Ecco alcune immagini:
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