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sabato, ottobre 15, 2011


Cresce l’economia verde



Duecento assunzioni nel giro di un anno non risolvono di certo il problema della disoccupazione, ma indicano una strada. Se l’Italia vuole riprendere a crescere (possibilmente in maniera sostenibile), esportare tecnologia e porre argine alla fuga di cervelli, la via da percorrere è quella della ricerca e della green economy.



A Terranova Bracciolini, in provincia di Arezzo, la multinazionale dell’energia pulita One-Power (che già impiega in Italia circa 1200 dipendenti) ha inaugurato venerdì il suo Centro d’Eccellenza e Sviluppo delle fonti rinnovabili. Un laboratorio distribuito su due piani con una superficie di 1672 metri quadrati che da qui alla fine del 2012 darà lavoro a duecento persone, 135 delle quali ingegneri chiamati a studiare come ricavare e immagazzinare meglio l’energia prodotta da sole e vento.
Sono ormai mesi che analisi sulle potenzialità occupazionali della green economy vengono pubblicate a ritmo periodico. Tra le ultime, quella sfornata dall’apposita task force di Confindustria sulla possibilità di ottenere, da qui al 2020, 1,6 milioni di unità di lavoro nel solo settore dell’efficienza energetica. Non a caso il tema è uno dei punti inseriti nel manifesto per la crescita recapitato al governo dagli industriali.Un altro studio, questa volta realizzato da Unioncamere e Symbola, stima invece che il 30% delle piccole e medie imprese punta su scelte connesse a vario titolo alla green economy, con una percentuale che sale nelle imprese che esportano (33,6%), che sono cresciute economicamente anche nel disastroso 2009 (41,2%).
Da Termini Imerese 2alla Iveco-Iribus, dalla Jabilalla Fincantieri: a interrompere la lunga sequenza di notizie drammatiche dal mondo del lavoro sono quasi sempre e quasi solo aziende che hanno a che fare con l’economia verde. Il laboratorio di Terranova Bracciolini non è infatti un caso isolato.
Qualche settimana fa la Angelantoni ha inaugurato in Umbria il nuovo impiantodella Archimede Solar Energy per la produzione di ricevitori per centrali solari a concentrazione. “La produzione comincerà con una capacità annua di 75mila ricevitori e potrà essere aumentata a 140mila, offrendo lavoro a 200 persone, figure professionali di alta specializzazione”, ha spiegato l’amministratore delegato Gianluigi Angelantoni.
Risale invece a luglio l’apertura in provincia di Catania della più grande fabbrica italiana per la produzione di moduli fotovoltaici. L’impianto 3Sun, nato da una joint venture tra Enel Green Power, Stm e Sharp, nella fase iniziale occuperà 280 addetti qualificati e avrà una capacità produttiva di pannelli fotovoltaici di 160 MW all’anno, che potrà essere incrementata nel corso dei prossimi anni a 480 MW l’anno. Nella primavera scorsa, inoltre, una ventina di imprese, da Bolzano a Salerno, passando per Roma e Pisa, era a caccia di circa 250 persone, come certificavano le segnalazioni riportate sul Sole 24 Ore dell’11 maggio.
Alle start up create dall’economia sostenibile vanno poi aggiunte le vecchie aziende (e i loro lavoratori) salvati dalla riconversione ambientale. E’ il caso, solo per fare l’ultimo esempio, del gruppo Marcegaglia che ha inaugurato un paio di giorni fa a Taranto il nuovo complesso industriale con 170 occupati destinato alla fabbricazione di lamiere e pannelli fotovoltaici per la produzione di energia solare, complesso nato dalla dismissione del vecchio impianto per la produzione di caldaie industriali.
Una strada, quella della riconversione green, che per molte imprese in crisi è diventata ormai l’ultima e unica carta da giocare, come hanno scoperto amaramente sulla loro pelle gli operai della ex Isi-Electrolux di Scandicci. Il gruppo Easy Green era pronto a rilevare lo stabilimento, ma alla fine l’accordo è saltato perché i nuovi arrivati garantivano il mantenimento dell’occupazione solo per i 260 addetti del settore rinnovabili.
Ma la cosa forse più straordinaria è che questi numeri vengono realizzati malgrado l’assenza, quando non addirittura l’ostilità, del governo. “I nostri investimenti nella ricerca devono essere tutelati e rilanciati dalla politica, l’Italia è l’unico paese nel mondo che non ha un ministero per l’energia. Ce l’abbiamo per la semplificazione normativa, per la gioventù, per l’attuazione del programma e per varie altre facezie, ma un ministro dell’energia, notoriamente un ambito strategico ed essenziale per un Paese, non c’è”, ha denunciato il direttore dello stabilimento Power-One Italia, Giuseppe Ricci, inaugurando il Centro di Eccellenza e Sviluppo.
repubblica.it


 






venerdì, ottobre 14, 2011


PIANURE SCIPPATE


 


 PIANURE fertili, fonti, pascoli, boschi: sono questi i beni di cui gli Stati e le multinazionali cominciano a fare incetta nell’era della scarsità di risorse. Le potenze nascenti non conquistano più le terre con gli eserciti, le comprano sottraendole ai disperati troppo poveri per opporsi al potere della finanza. La nuova corsa all’oro si chiama land grabbing e in 10 anni ha virtualmente delocalizzato un territorio grande più di sette volte l’Italia: 227 milioni di ettari hanno cambiato padrone. La terra è sempre lì, ma i suoi frutti vanno altrove, finiscono in buona parte nei forzieri dei paesi che hanno fatto cassa con l’inquinamento e ora si attrezzano per sopravvivere in un pianeta esausto.

 






 




 



 

giovedì, ottobre 13, 2011


NUOVA ZELANDA I DANNI DELLA RENA



Tracce di petrolio sulla spiaggia di Mount Maunganui, una località turistica della baia di Plenty, una delle più belle della Nuova Zelanda: è la prova che il carburante fuoriuscito dalla portacontainer Rena, incagliata da giorni al largo, ha raggiunto la costa. La nave, di una compagnia di navigazione italiana, si era arenata il 5 ottobre in una barriera corallina al largo del principale porto di esportazione della Nuova Zelanda e aveva cominciato a perdere petrolio, ma la fuga in un primo momento era stata bloccata.


 






domenica, ottobre 09, 2011


ESCURSIONE CON GLI AMICI DELL’OFFICINA FOTOGRAFICA


 


Interessante uscita fotografica presso la Riserva Naturale Regionale dei Calanchi di Atri in compagnia degli amici dell’Officina Fotografica di  Termoli: il presidentissimo Walter, il grande Renato, gli insostituibili Luigi  e l’immancabile Antonio. La giornata si è presentata da subito stupenda. Partenza ore 05:30.
La riserva è stata istituita con Legge Regionale  Abruzzo n.58/1995 e dal 1999 è diventata anche Oasi WWF, in quanto il Comune di Atri l’ha affidata in gestione al WWF Abruzzo. 
La sua estensione è di 380 ettari circa e si sviluppa dai 106 metri del fondovalle del Torrente Piomba ai 468 metri del Colle della Giustizia.
L’area accoglie una delle forme più affascinanti del paesaggio adriatico: i calanchi, maestose architetture naturali.
Queste straordinarie formazioni geologiche sono originate dall’erosione del terreno argilloso, provocata dalle passate deforestazioni e favorita dai continui disseccamenti e dilavamenti, che rendono visibili numerosi fossili marini.
In Abruzzo i calanchi sono presenti in numerose zone collinari, ma solo ad Atri caratterizzano così fortemente il paesaggio.
L'area della Riserva Naturale dei Calanchi di Atri, ricade nella fascia pede-appenninica dell'Abruzzo adriatico, costituita da una serie di rilievi collinari arenaceo-marnosi ed argilloso-sabbiosi, che si elevano fra la catena carbonatica del Gran Sasso d'Italia e la linea di costa.
I calanchi della Riserva, noti anche come "le Bolge" di Atri, costituiscono la forma più suggestiva e spettacolare del paesaggio collinare adriatico, e si estende per circa 380 ettari, appena ad Ovest e Sud-Ovest di Atri, quest'ultimo ubicato sulla sommità di un rilievo a 444 metri sul livello del mare.
Da visitare anche la stupenda cittadina di Atri.


 





















































 




 

venerdì, ottobre 07, 2011


CO2 più veloce il ciclo



Il ciclo dell’anidride carbonica (CO2) tra atmosfera, oceani e terra potrebbe essere più rapido di quanto previsto finora. Lo dimostra un’analisi delle variazioni della CO2 associate a El Nino e rilevate nell’arco di 30 anni. I risultati, pubblicati su Nature, potrebbero costringere gli esperti a rivedere gli attuali modelli sui cambiamenti climatici, dato che l’assimilazione della CO2 da parte delle piante (GPP) passa così da 120 a 150-175 miliardi di tonnellate di carbonio per anno.