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martedì, marzo 20, 2012

RIFIUTI E TUMORI, IN MOLISE MANCA IL REGISTRO

Sale la paura per l'aumento di mali incurabili in alcune aree della regione.
La questione dell’allarme rifiuti pericolosi che dalla Campania viaggerebbero verso il Molise, riportata anche dalla stampa nazionale, nel giro di poche settimane ha scosso profondamente l’opinione pubblica e soprattutto ha smosso la macchina dei controlli, con le forze dell’ordine che hanno incrementato i controlli su tutti i mezzi pesanti proveniente dall’area partenopea e casertana. Si è parlato di un triangolo di smaltimento di rifiuti pericolosi ai cui vertici ci sarebbero la discarica di Montagano a pochi passi da Campobasso, il Cosib di Termoli e un cementificio della piana di Venafro. Anche lo stesso Saviano nel suo monologo sui rifiuti nel corso della trasmissione Vieni via con me su Rai Tre ha voluto chiarire quanto lo smaltimento di rifiuti pericolosi possa essere dannoso in quanto alcuni residui delle ceneri sarebbero di difficile smaltimento e talvolta fanno comodo alle organizzazioni criminali che riescono addirittura a venderli come fertilizzante contaminando quindi anche i terreni e i frutti che da essi vengono raccolti e che finiscono sulle nostre tavole. Va ricordato poi che il Piano Sanitario Nazionale 1998-2000, quindi risalente a ben 12 anni fa quindi, indicava alle regioni di creare un Registro Tumori, mediante il quale si potessero individuare aree particolarmente colpite da tali mali e soprattutto monitorare i cambiamenti delle zone che nel corso degli anni era colpite dalle varie tipologie di tumori. Oggi qualcuno in consiglio regionale sta perorando tale causa invitando la giunta a procedere nel più breve tempo possibile alla messa a regime del Registro e a comunicare le ragioni che ne hanno sino ad ora impedito la realizzazione.
(Fonte.TVI Molise)


venerdì, marzo 16, 2012

  AL SUD IL CANCRO UCCIDE DI PIÙ

  Nel Mezzogiorno si muore prima che in altre aree del Paese. Non lascia spazio a dubbi l’indagine condotta dagli esperti dell’Università di Torino.
  Il profondo divario tra Nord e Sud è dovuto a molteplici cause. In cima alla lista figurano le condizioni socio-economiche del Meridione: «Dove c’è maggiore povertà - ha spiegato Giuseppe Costa, docente del dipartimento di Scienze cliniche e biologiche dell’Ateneo torinese - si concentrano anche le malattie».
L’aumento delle patologie tumorali è inoltre strettamente collegato alle condizioni ambientali, : basti pensare che degli oltre 5,5 milioni di persone che vivono in siti inquinati quasi il 50 per cento si trova nel Mezzogiorno. Un discorso simile riguarda l’inquinamento atmosferico.  E ancora ad accorciare la vita di uomini e donne del Sud sono fattori culturali come la scarsa prevenzione, la ridotta attività fisica, la percentuale di diabetici, l’obesità. L’immediata conseguenza di questa situazione è la mobilità passiva dei pazienti, che contribuisce ad aumentare le differenze tra una parte e l’altra dell’Italia: l’«esodo» massiccio si verifica in Molise, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna.  In particolare si sono ricoverati fuori regione soprattutto i residenti nel Mezzogiorno (136 per cento in più), i più istruiti (68 per cento in più) e quelli con maggiori possibilità economiche (21 per cento in più).


lunedì, febbraio 20, 2012

Leucemia, rischio doppio vicino le centrali nucleri

Il rischio di leucemia infantile aumenta del doppio in prossimità delle centrali nucleari. È quanto rivela Le Monde da uno studio sul nucleare francese, condotto da Dominique Laurier dell’Istituto Nazionale di Sanità d’oltralpe e presto pubblicato sull’International Journal of Cancer.
Il dato preoccupante emerge dall’analisi delle località in prossimità di 19 centrali nucleari francesi, dove si riscontra un numero anomalo di casi di leucemia fra adolescenti e bambini di età inferiore ai 15 anni. Nel periodo di studio dal 2002 al 2007, 14 bambini malati di cancro sono stati rinvenuti in un raggio di cinque chilometri dai reattori, quando invece la media nazionale per le zone non nuclearizzate sarebbe decisamente più bassa, ovvero la metà: 7 casi.
Le autorità francesi, tuttavia, sono caute nell’esprimere un’immediata correlazione tra il manifestarsi della leucemia e le radiazioni provenienti dalle centrali, perché lo scioccante dato rilevato in questo studio non trova identica conferma in un follow up a lungo termine effettuato nei precedenti 17 anni. Così ha affermato Jacqueline Clavel, autrice della ricerca:
Quando si considera globalmente il periodo 1990-2007, questo aumento di rischio non viene rilevato. Il collegamento fra le deboli radiazioni ionizzanti emesse dalle centrali nucleari in funzione non può essere stabilito, anche perché non è stato osservato un eccesso di rischio in alcune zone con alta esposizione da emissioni gassose dei reattori.
Secondo i detrattori, in particolare emersi sui social network, le dichiarazioni rassicuranti francesi risponderebbero più a una logica di conservazione economica che di reale interesse per la salute dei cittadini. Senza voler necessariamente appoggiare questa ipotesi estrema, effettivamente la Francia è un paese totalmente dipendente dall’energia nucleare e rinunciarvi sulla base dei rischi alla salute non risulta essere una possibilità attualmente contemplata. La notizia, tuttavia, ha comunque acceso il dibattito politico sull’inquinamento e le possibili catastrofi derivanti dallo sfruttamento del nucleare. François Hollande, candidato socialista alle presidenziali, si è dichiarato favorevole alla diminuzione della dipendenza nucleare, mentre i partiti ecologisti han richiesto un’uscita tout-court da questo tipo di approvvigionamento energetico, ipotesi entrambe rifiutate dal presidente Nicolas Sarkozy. L’Autorité de Sûreté Nucléaire, infine, ha promesso di investire capitali miliardari per la messa in sicurezza delle centrali e l’informazione verso la popolazione d’oltralpe, ancora spaventata dal recente disastro di Fukushima.
Fonte: Le Monde


lunedì, novembre 07, 2011




















Registro dei tumori: tutto è pronto ma non parte...

 

 E' tutto pronto. Eppure non parte. Il registro dei tumori continua ad essere un obiettivo che il Molise ancora non riesce a raggiungere, unica regione d'Italia che non si è dotata di questo importante strumento.

 

Dall'Asrem rassicurano: i medici sono stati formati, il software è stato predisposto da tempo, addirittura è stato anche individuato il medico che deve attivare questo Registro. E allora perché non parte? Eppure sono anni che se ne parla. Il Piano Sanitario Nazionale 1998-2000 aveva indicato con chiarezza la necessità di promuovere “la rilevazione dell’incidenza dei tumori tramite la rete dei Registri Tumori e la realizzazione di stime di incidenza, prevalenza e sopravvivenza per l’intera popolazione italiana”. In sostanza attraverso questo strumento si sarebbero potute finalmente acquisire informazioni sui malati colpiti dalle patologie oncologiche, conoscerne la diffusione sul territorio regionale in modo da individuare zone dove queste patologie sono più presenti e diffuse. E non solo. Attraverso il Registro sarebbe stato possibile capire se vi sono gruppi sociali a rischio (ad esempio operai delle industrie chimiche piuttosto che lavoratori addetti all'agricoltura, oppure per fascia d'età ecc.), se l'assistenza erogata dal sistema sanitario è stata efficiente e di qualità, se è necessario attivare campagne mirate di prevenzione per le singole patologie e se bisogna adeguare le strutture sanitarie. Insomma uno strumento fondamentale ed importantissimo, soprattutto oggi che in alcune zone del Molise si fa sempre più forte la paura che a provocare malattie oncologiche siano attività legate ad alcuni particolari cicli produttivi. Da quando fu elaborato il Piano Sanitario Nazionale, cioè 13 anni fa circa, le Regioni italiane non sono rimaste con le mani in mano. In questo arco di tempo sono stati attivati in Italia, soprattutto al nord-ovest e al centro, 34 Registri di Popolazione e Specializzati dei tumori impegnando in alcuni casi (relativamente alle regioni più popolose e alle grandi città) anche le Province e i Comuni. Soltanto il Molise fino ad oggi ha fatto segnare il passo. "Non solo non esistono Registri relativi all'intera popolazione - ha affermato in consiglio regionale di recente Michele Petraroia - ma il Molise è completamente sprovvisto di qualsiasi registro anche specializzato quale ad esempio il RE.NA.M per il monitoraggio dei mesoteliomi (neoplasia correlata per la quasi totalità dei casi all’esposizione a fibre aerodisperse dell'amianto la cui istituzione è stata introdotta dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 308 del 10 dicembre 2002)". Ad oggi comunque in Italia la copertura dei Registri riguarda il 32% della popolazione. Proprio di recente, nel Piano Oncologico Nazionale 2010-2012, è stato fissato l'obiettivo di arrivare al 50% attraverso l'incremento della istituzione dei registri dei tumori. Qualcosa per la verità è stato fatto anche in Molise in questi anni. Il 30 dicembre 2004 la giunta regionale guidata da Iorio ha adottato una delibera, la n. 1782, con la quale si è dato avvio al progetto attuativo per la “Costituzione del Registro Tumori della Popolazione della Regione Molise”. Un registro, cioè, per la raccolta dei dati relativi alle malattie tumorali di tutti i residenti. Pochi mesi più tardi, nel 2005, è stata sottoscritta una convenzione con la sezione molisana della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, promotrice del progetto. Con quel documento il coordinamento del progetto veniva affidato alla Asl n. 3. Cosa è stato fatto? L'attività si è svolta su tre direttrici: formazione dei medici; attività di sperimentazione del programma di archiviazione, trasmissione, elaborazione e analisi dei dati; predisposizione di un software da parte di Molise Dati in conformità con le indicazioni operative della LILT. Il cd del software è organizzato su quattro archivi di base: 1) Comuni italiani; 2) Codifica ICDO3: Topografia e Morfologia; 3) Codici ICD9CM; 4) Codici ID10. Eppure ad un certo punto qualcosa sembra non filare più liscio. La giunta regionale il 22 ottobre 2007 approva una delibera, la n. 1224, con la quale viene demandato alla Direzione V della Regione l'incarico di predisporre un apposito progetto, di concerto con l'Asrem, per garantire la continuità all'attività del Registro e per arrivare al successivo accreditamento dello stesso presso l'Associazione Italiana Registri Tumori. Ma passa meno di un anno e il 5 maggio del 2008 con delibera n. 427 la giunta regionale revoca la precedente delibera n. 1224 del 2007.  Poi seguono tre anni di black out. Cosa è successo in questo arco di tempo?  Non sono mancate le difficoltà, ammesse senza problemi dai vertici della Direzione Generale che aveva avuto l'incarico di seguire il progetto. Un ostacolo è rappresentato anche dalla normativa nazionale che non impone l'obbligo di archiviare specificamente i dati relativi alla diagnosi e cura dei tumori. "Se si vuole sorvegliare l'andamento della patologia oncologica - spiegano dalla Regione - occorre che qualcuno si assuma il compito di andare a ricercare attivamente le informazioni, le codifichi, le archivi e le renda disponibili per studi e ricerche e, soprattutto, rispetti scrupolosamente i protocolli standardizzati riconosciuti a livello internazionale che ne permettano la validazione sul piano scientifico". Ma ci sono stati anche altri ostacoli. Per esempio alcune questioni sollevate da qualche responsabile delle Unità Operative di Anatomia Patologica relativamente al trattamento di dati considerati "ipersensibili" quali sono quelli attinenti a patologie tumorali. E ancora: problemi sulla corretta indicazione, nelle schede di mortalità, delle cause di decesso. Ad esempio per un malato di tumore che, a conclusione del suo calvario, muore per infarto, sulla scheda di mortalità capita che la neoplasia non sia menzionata e che quella persona risulti deceduta semplicemente per arresto cardiaco. Altri ostacoli derivano dal trattamento di dati relativi a patologie neoplastiche di persone residenti in Molise ma curate fuori regione. Senza contare le difficoltà nel coinvolgere i medici di medicina generale nel reperimento delle informazioni. Eppure, nonostante tutto, la Direzione generale dell'Asrem con una determina del 12 gennaio 2011, n. 194, ha conferito al dottor Giovanni Fabrizio, direttore del'Unità Operativa Complessa di Chirurgia ad indirizzo oncologico e laparoscopico l'incarico di attivazione del Registro Tumori regionale. E pochi giorni dopo, per superare gli ostacoli che hanno impedito al progetto di decollare, la Regione ha approvato addirittura un'apposita legge regionale. O meglio, il Consiglio regionale ha inserito nella legge n. 1 del 2 febbraio 2011 (la cosiddetta legge finanziaria 2011, pubblicata sul Burm il 3 febbraio), un articolo dal titolo molto chiaro: "Registro tumori della Regione Molise". In questo articolo, che è legge, si stabilisce che "al fine di istituire il Registro regionale dei tumori, la Giunta regionale, entro sessanta giorni dall'entrata in vigore della presente legge, presenta al Consiglio regionale una proposta di legge basata sulle seguenti linee guida: a) prosecuzione, consolidamento e messa a regime del registro dei tumori della Regione Molise di cui alla deliberazione di Giunta regionale n. 1782 del 30 dicembre 2004, al fine di preservare il patrimonio di dati statistici accumulati presso l'ospedale 'S. Timoteo' di Termoli e di evitare di avviare ex novo una banca dati che necessiterebbe di alcuni anni prima di assumere un'attendibilità scientifica; b) previsione di forme standardizzate di coinvolgimento dell'Ordine dei medici, degli oncologi con funzioni di sorveglianza attribuite alla LILT e con ruolo premimente dei medici di base e dei reparti e delle strutture oncologiche operanti in Molise". I sessanta giorni dall'entrata in vigore della legge sono passati da un pezzo ma non è successo nulla. La Regione Molise possiede oggi lo strumento operativo per la effettiva realizzazione del registro tumori ma non possiede un vero e proprio registro tumori, cioè un "corpo" organizzato di dati relativi alle neoplasie in ambito intraregionale. Chissà se nella legislatura che sta per cominciare qualcuno si ricorderà del Registro dei tumori... (fonte: Altromolise)


 

 

sabato, agosto 27, 2011

TUMORI


ROMA - Quattro italiani su cento oggi vivono con una diagnosi di tumore. Crescono però le possibilità di sopravvivenza di questi malati: un milione e 300mila pazienti (2,2%) sono ancora in vita a 5 anni dalla diagnosi, circa 800mila (l'1,5%) dopo 10 anni. C'è però ancora una forte disparità tra le varie zone del Paese: sconfigge la malattia il 5% dei pazienti che vive al Nord e il 2% di chi vive al Sud. Sono i dati del terzo Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici, presentato a Roma in occasione della VI giornata nazionale dedicata ai pazienti affetti da tumore. L'analisi è stata elaborata da un osservatorio costituito dalla Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia (Favo), dal Censis, dall'Inps, dall'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), dall'Associazione italiana radioterapia oncologica (Airo), dalla Società italiana di ematologia (Sie), dal ministero della Salute e dall'Istituto tumori di Milano.
"Oggi 2 milioni e 300mila persone sono malate di cancro in Italia - dice il professor Francesco De Lorenzo, presidente della Favo - ma la buona notizia è che si muore di meno. Rispetto al 1992, quando si fecero le prime statistiche di questo tipo, il numero di italiani viventi con una diagnosi di tumore è quasi raddoppiato. Va detto però che sono forti le differenze in termini di mortalità tra le regioni settentrionali e quelle del Meridione. Fino a qualche anno fa il Sud presentava un vantaggio dovuto a una maggiore presenza di elementi protettivi nei confronti dei tumori, come la dieta mediterranea, e una minore diffusione di fattori cancerogeni, come tabagismo e inquinamento ambientale. Questo scarto però sta diminuendo".

Così, mentre nel 1998 la mortalità per tutti i tumori presentava un'evidente differenza tra Nord e Sud, nel 2005 si è arrivati a una sostanziale omogeneizzazione e oggi il Sud supera il Nord, dove però resta più alta l'incidenza della malattia (+30%). In altre parole, nelle regioni settentrionali ci si ammala di più, ma si muore di meno.


Le donne le più colpite. Il Rapporto non solo evidenzia questo divario regionale, ma anche quello tra donne e uomini. I big killer continuano a prediligere il genere femminile nel 56% dei casi, tanto che oggi un milione e 256mila dei malati sono donne. La diagnosi più frequente (42%) è il tumore della mammella, con circa 38.000 nuovi casi stimati nel 2008 e circa 7.800 decessi. Tra gli uomini, il 22% dei casi (quasi 220mila persone) è formato da pazienti con tumore della prostata, con 23.500 nuovi casi stimati nel 2010 e circa 7.000 decessi.
Se si considera l'intera popolazione, la neoplasia in assoluto più frequente è quella del colon retto. In Italia colpisce 78 persone ogni 100.000 abitanti, per un totale di più di 47.500 nuovi casi l'anno (47.612 stima al 2008). Preoccupa anche il tumore al polmone, causato nell'87% dei casi dal fumo di sigaretta: nel 2008 in Italia questa malattia ha colpito 25.147 uomini e 6.955 donne, in totale oltre 32.000 persone e il livello di sopravvivenza a 5 anni varia dal 10 al 15%. I decessi nel 2008 sono stati 26.211.
I posti letto. "Le disparità regionali sono evidenti - dice il professor De Lorenzo - e si misurano anche in termini di posti letto". Se consideriamo che la media italiana per i malati oncologici è di 1,1 posti letto ogni diecimila abitanti, emerge la forte dotazione del Molise (2,1 p.l. per 10.000 abitanti) a fronte dei livelli, inferiori del 50% rispetto alla media nazionale, delle province autonome di Bolzano e Trento o della Puglia; in queste regioni, infatti, la disponibilità in area oncologica si ferma rispettivamente a 0,2, 0,4 e 0,6.
Se si considera invece la dotazione per la radioterapia, a fronte di una media nazionale di 10,2 posti letto per un milione di abitanti, la Provincia di Trento supera addirittura i 40 e dotazioni nettamente superiori vi sono anche in Toscana e in Friuli Venezia Giulia, mentre Valle d'Aosta, P. A. di Bolzano, Marche e Basilicata continuano ad essere del tutto prive di posti letto per radioterapia. E' evidente, comunque, che il modello di organizzazione differisce a seconda delle linee strategiche che le singole Regioni si sono date nell'ambito della propria autonomia organizzativa e finanziaria. Per questo motivo le differenze, a livello complessivo, possono essere compensate da altri dislivelli presenti in altri settori della sanità.
I viaggi della speranza. Il Rapporto rivela che quattro italiani su dieci, il 39,1%, se dovessero scoprire di avere il cancro, sarebbero pronti ad andare all'estero per farsi curare, e il 3% già lo ha fatto. Il 39,6% non ha fiducia nel sistema sanitario della propria regione, e si sposterebbe per le cure; il dato sale al 48% quando a rispondere sono i cittadini del Meridione. Peraltro, si legge nel Rapporto, sono solo otto le Regioni con un tasso di attrazione più alto di quello di fuga (in testa la Lombardia). Particolare è il caso della Basilicata dove ad alti livelli di fuga corrispondono anche alti livelli di attrazione, per ricoveri e trattamenti chemioterapici, probabilmente dovuti alle condizioni ancora più critiche delle regioni limitrofe.
L'indice di fuga maggiore è della Calabria sia per i ricoveri per tumori (55,62%) che per quelli di chemioterapia (32,86%). La Regione più ricercata per i ricoveri per tumori è il Molise (indice di attrazione pari al 31,65%), mentre per i ricoveri per chemioterapia la regione più ambita è il Friuli Venezia Giulia, con un indice di attrazione del 38,78%. Uno dei motivi per cui si va altrove a farsi curare è la diversità di dotazioni tecnologiche, come per esempio la radioterapia. Solo 6 regioni su 21, con una assoluta supremazia del Nord Italia, hanno raggiunto l'obiettivo fissato nel 2002 di portare il numero di questi strumenti a circa 7-8 unità per milione di abitanti. E non avere un servizio di radioterapia vicino a casa costringe a spostamenti in altre città, o regioni, per le cure. "Questo forte divario a più livelli ci preoccupa - dice Francesco De Lorenzo - soprattutto in relazione al federalismo fiscale. Per questo pensiamo sia necessario fare di più per i malati di tumore in Italia".
larepubblica.it



giovedì, maggio 05, 2011


MA QUALE NIMBY, È MALAPOLITICA: DOSSIER DEL WWF SULLE GRANDI OPERE INCOMPIUTE
 


E se non fosse poi così vero che gli ambientalisti sono dei gran rompiballe che sanno solo dire no? E se, invece, in Italia non si muove foglia e non si chiude un cantiere per colpa di qualcun altro? A quanto pare è così, a leggere il dossier "Nimby? No grazie" curato da Stefano Lenzi, responsabile Settore legislativo Wwf Italia.
Il dossier, che trovate a questo indirizzo:
(http://beta.wwf.it/UserFiles/File/News%20Dossier%20Appti/DOSSIER/Istituzionale/SindromeNimby_NoGrazie_DossierWWF.pdf), è corto ma abbastanza tecnico. Non di facile lettura ma assolutamente interessante perché parte da quello che, secondo l'associazione ambientalista, sarebbe il peccato originale delle grandi opere italiane: la legge italiana. Si legge nel dossier:
Il primo problema è che il Primo Programma delle infrastrutture strategiche (Delibera CIPE n. 121/2001) è troppo ambizioso - considerati anche i costi e i tempi di realizzazione che continuano rispettivamente a lievitare e a dilatarsi in maniera incontrollata - e non è sostenuto da un piano economico-finanziario credibile.
Le grandi opere, quindi, forse son troppo grandi persino per un grande paese come l'Italia. Ne derivano, a catena, una serie di problemi e incongruenze politico-amministrative che hanno bloccato i cantieri, puntualmente messe in evidenza anche dallaCorte dei Conti
(Fonte: CIP6)







 

sabato, aprile 09, 2011


Inquinamento ambientale:
Guglionesi II, bonifica in arrivo

 


 


Pessimo caso di inquinamento ambientale in Molise.
Da 20 anni un sito che contiene rifiuti tossici altamente pericolosi, conosciuto come Guglionesi II (Campobasso), attende la bonifica. Il terreno di quest’area è contaminato da fanghi e metalli che ne compromettono la salubrità. Questa situazione, diventata d’emergenza, è stata finalmente accolta dal Ministero dell’ambiente che proprio in questi giorni sta stanziando dei fondi per ripristinare la normalità di questo territorio del Basso Molise.



Secondo le analisi questo Guglionesi II è una tra le aree più inquinate e tossiche d’Italia. Negli Anni ‘90 è diventata deposito di scarti industriali anche pericolosi, tra cui sostanze chimiche come mercurio, piombo e cromo. Gestito (si fa per dire) dalle ecomafie, il sito Guglionesi II è caduto nell’oblìo e specialmente nel degrado. Minacciando la salute delle popolazioni che abitano lì attorno.
Nel 2004 erano stati trovati in parte i fondi necessari, poi però le operazioni di bonifica sono state interrotte. Adesso, il Ministero vuole stanziare la cifra mancante pari a 692.469,60 euro. In poco più di 5 mesi, la situazione potrebbe essere ripristinata. Lo speriamo per chi abita lì attorno e per l’ambiente.
Fonte ecoo.it



 




questa foto è stata scattata pochi giorni fa nel terreno in cui si trovano i rifiuti pericolosi, le acque piovane assumono il colore giallognolo del mercurio.
Guglionesi si trova in Molise ed è uno dei centri molisani in cui il tasso delle malattie è molto alto.


venerdì, aprile 08, 2011


In Francia pioggia e latte contaminati da
IODIO -131.



Si teme l’effetto accumulo


 


Dopo l’arrivo la scorsa settimana sui cieli d’Europa della nube radioattiva proveniente da Fukushima Daiichi, le autorità francesi hanno rilevato la presenza di Iodio-131, isotopo radioattivo, nell’acqua piovana e nel latte. Secondo il CRIIRAD, organismo di ricerca indipendente francese, lo Iodio-131 è stato trovato nella pioggia caduta nel Sud della Francia. Da un’analisi fatta il 28 marzo scorso è stata rilevata una radioattività pari a 8,5 becquerels. Altri test sono stati condotti dall’IRSN – Institut de Radioprotection et de Sûreté Nucléaire (IRSN), istituto pubblico francese che esamina i rischi nucleari e radiologici, che ha rilevato la presenza di Iodio-131 nel latte. Secondo l’istituto le concentrazioni rilevate al 25 marzo sono di un livello inferiore a 0,11 becquerel per litro. Lo Iodio- 131 sebbene decada in 8 giorni è considerato pericoloso per la tiroide. Gli studiosi, però, temono l’”effetto accumulo”, considerato che questo radioisotopo è atteso per almeno altre due settimane e che la contaminazione sta avvenendo attraverso le piogge.
Per quanto i livelli rilevati siano estremamente bassi, c’è da dire che normalmente non ci dovrebbero essere neanche tracce di Iodio-131 nell’acqua della pioggia e nel latte, ma le autorità perciò tranquillizzano dicendo che non è motivo per preoccuparsi. Tuttavia, secondo il CRIIAD la contaminazione dell’aria e dunque dell’acqua piovana continuerà almeno per le prossime due settimane. E precisa che la ricaduta di Iodio-131 radioattivo potrebbe rivelarsi di centinaia di becquerels per metro quadro o in caso di condizioni meteo avverse arrivare anche a migliaia di Bq/m2. Inutile allarmismo? Probabilmente. Ma quello che gli scienziati temono, appunto, è l’”effetto accumulo”.
Gli spinaci, la lattuga e altre verdure sono i primi prodotti alimentari sensibili alla contaminazione da Iodio-131 essendo coltivati all’aperto e sotto il diretto effetto della pioggia; la contaminazione indiretta del latte avviene in qualche giorno dopo che le vacche hanno mangiato erba da pascolo, spiega il CRIIRAD. Il fatto che l’IRSN abbia trovato Iodio-131 in un campione di latte del 25 marzo indica che la caduta di iodio era già avvenuta il 23 marzo.
fonte: ecoblog.it


 




 

mercoledì, aprile 06, 2011


Fukushima, radiazione sopra la norma oltre 30 km


 


TOKYO – La Tepco ha cominciato a riversare acqua radioattiva direttamente nell’oceano Pacifico. Lo rendono noto i media nipponici, secondo cui l’operazione è cominciata alle ore 19.00 locali (le 12.00 in Italia).
Radiazioni superiori alla norma sono state rilevate appena fuori dal raggio di 30 km dalla centrale nucleare di Fukushima. Lo riferisce l’agenzia Kyodo. A seguito della perdita di materiale radioattivo causata dai danni del sisma/tsunami dell’11 marzo, le autorita’ nipponiche avevano disposto l’evacuazione nel raggio di 20 km dalla centrale di Fukushima, piu’ altri 10 km di cosiddetta area di rispetto. Greenpeace, sulla base delle analisi effettuate intorno al sito, aveva chiesto l’estensione della zona di evacuazione fino a 40 km, diventati addirittura 80 km secondo le valutazioni fatte dagli Stati Uniti che avevano cosi’ causato qualche scintilla nei rapporti con l’alleato giapponese.
 Il governo giapponese va in pressing sulla Tepco, il gestore dell’impianto nucleare di Fukushima, perche’ blocchi la falla del pozzo di contenimento del reattore n.2 che riversa acqua altamente radioattiva nell’oceano. ”Dobbiamo assolutamente fermare l’infiltrazione di acqua contaminata il piu’ presto possibile: con questa forte determinazione, abbiamo chiesto alla Tepco di agire in fretta”, ha detto il capo di gabinetto, Yukio Edano. In mancanza di una svolta immediata, ha aggiunto nel corso di una conferenza stampa, l’accumulo di materiale radioattivo ”avra’ un pesante impatto sull’oceano”.
La Tepco, il gestore dell’impianto nucleare di Fukushima, ha reso noto che da domani potrebbe riversare nell’oceano Pacifico 15.000 tonnellate di acqua radioattiva. Lo riferisce la Kyodo. Tepco ha spiegato, nel corso di una conferenza stampa, che il rilascio volontario di acqua radioattiva rientra nel tentativo di dare un’accelerata ai lavori per riportare la centrale nucleare di Fukushima sotto controllo. La quantita’ totale di liquidi contaminati potrebbe essere di 15.000 tonnellate, con una concentrazione di radiazioni stimata in circa 100 volte il limite legale, quindi a un livello ”relativamente basso”, secondo la compagnia. L’eccessivo accumulo di acqua, presente in diverse parti dell’impianto, comprese quelle vicino a reattori e turbine, ha ostacolato i lavori della messa in sicurezza.
Lo scarico in mare, ad ogni modo, e’ un piano estremo in quanto la Tepco non riesce a trovare spazi sufficientemente grandi nei quali poterla trasferire. Tepco ha spiegato, nel corso di una conferenza stampa, che il rilascio volontario di acqua radioattiva rientra nel tentativo di dare un’accelerata ai lavori per riportare la centrale nucleare di Fukushima sotto controllo. La quantita’ totale di liquidi contaminati potrebbe essere di 15.000 tonnellate, con una concentrazione di radiazioni stimata in circa 100 volte il limite legale, quindi a un livello ”relativamente basso”, secondo la compagnia. L’eccessivo accumulo di acqua, presente in diverse parti dell’impianto, comprese quelle vicino a reattori e turbine, ha ostacolato i lavori della messa in sicurezza. Lo scarico in mare, ad ogni modo, e’ un piano estremo in quanto la Tepco non riesce a trovare spazi sufficientemente grandi nei quali poterla trasferire.
FALLITI PRIMI TENTATIVI BLOCCO FALLA REATTORE di Antonio Fatiguso - La prima domenica di ’sakura’, dei ciliegi in fiore ben visibili e gia’ ammirati da centinaia di migliaia di persone a Tokyo al tempio Yasukuni e al giardino di Ueno, non e’ stata di buon auspicio e non ha sortito gli effetti desiderati alla centrale nucleare di Fukushima, dove i primi tentativi per tappare la falla, da cui l’acqua contaminata si riversa direttamente nell’oceano, sono andati a vuoto. I tecnici della Tepco, gestore dell’impianto, hanno versato 8 kg di polimeri, 60 kg di segatura e addirittura tre sacchi di giornali sminuzzati nel pozzo di sfogo collegato all’edificio delle turbine del reattore n.2, dopo l’utilizzo inefficace di calcestruzzo, pur di chiudere la crepa di 20 centimetri e limitare il disastro ambientale. La singolare ‘ricetta’ a base di polimeri speciali, capaci di trattenere fino a 50 volte la propria massa, non hanno risolto il problema, tanto che la compagnia, in serata, ha ipotizzato di ricorrere ai coloranti per rintracciare la causa della perdita di acqua che emette radiazioni nell’aria di oltre 1.000 millisievert/ora, un livello altamente pericoloso.
La prima utility asiatica, intanto, ha riferito che i due operai dell’impianto, scomparsi dal giorno del sisma/tsunami dell’11 marzo, sono stati ritrovati morti, sempre nello stesso sito. Sulla base di quanto riferito, i due, di 24 e 21 anni, sarebbero deceduti per le ferite multiple associate a tracce di annegamento. I medici legali hanno ipotizzato la morte poco piu’ di un’ora dopo il sisma, seguito dallo tsunami, mentre i corpi sono stati recuperati mercoledi’, ripuliti e decontaminati. Alla centrale, temperatura e pressione nei reattori n.1, 2 e 3 sono stabili, secondo l’Agenzia nipponica per la sicurezza nucleare (Nisa), che ha annunciato l’allacciamento alla elettricita’ esterna al posto dei generatori diesel, dando cosi’ fonte stabile di energia a pompe e illuminazione. In ogni caso, ha detto il capo di gabinetto Yukio Edano, ci vorranno mesi prima che Fukushima smetta di rilasciare dosi di radioattivita’: ”Se si applicano metodi considerati normali, credo possa accadere qualcosa di molto simile”, ha spiegato, aggiungendo che ”c’e’ la volonta’ di ”provare ad accorciare i tempi” con l’esame di ”molteplici opzioni”.
Le autorita’ sanitarie hanno esaminato le funzioni della tiroide a circa 900 neonati e bambini che vivono vicino alla centrale senza rilevare alcuna forma di ”alterazione” per le radiazioni. A Tokyo, come accade con frequenza quotidiana, decine di persone hanno manifestato davanti alla sede della Tepco, nel centro della capitale, prendendo di mira con cartelli (’no nucleare piu’ cuori, no nucleare piu’ vite’) anche l’approccio dell’azienda verso la crisi. La macchina della solidarieta’ va avanti a pieno regime: la Croce Rossa giapponese e la Central Community Chest of Japan hanno raccolto finora la cifra record di 115,4 miliardi di yen (1 miliardo di euro). Una ricerca dell’Universita’ di Tokyo ha analizzato i dati sullo tsunami arrivando alla conclusione che nel Taro district della citta’ di Miyako (prefettura di Iwate) l’onda anomala ha raggiunto l’altezza record di 37,9 metri. I 25.000 militari giapponesi e americani hanno chiuso la massiccia campagna tre giorni col ritrovamento di 78 corpi: il bilancio ufficiale dei morti e’ salito a 12.087, quello dei dispersi a 15.552
fonte: ansa.it/ambiente&energia


 



martedì, aprile 05, 2011


Slovenia: ‘La centrale è pericolosa’



“La centrale di Krsko è già ora una delle più pericolose in Europa, essendo stata costruita in un’area sismica. Non sarebbe in grado di resistere a un terremoto superiore al 6 grado della scala Richter”.
La denuncia è di Greenaction Transnational, associazione di ambientalisti italiani, sloveni, croati e dell’Est Europa. La centrale è in Slovenia, a circa cento chilometri da Trieste.
Allarmismo? In funzione dal 1983, nel 2000 vennero installati nuovi reattori, ma nel 2008 si verificò una perdita nel sistema di refrigerazione primario del reattore, che fece attivare la procedura di spegnimento dell’impianto. Non fu riscontrata fuga radioattiva ma, secondo esperti di enti nazionali dell’Unione europea, tra cui l’Agenzia di sicurezza nucleare francese, l’incidente fu comunicato in forma errata e la Slovenia rifiutò la richiesta di ispezione da parte europea.
Renzo Tondo, il governatore del Friuli, anche dopo il disastro in Giappone, vuole che la Regione entri in società con gli sloveni per la costruzione del nuovo reattore. Per garantirsi l’energia e anche la sicurezza, perché “non è piacevole avere centrali nucleari in aree sismiche”. Proprio nei giorni scorsi, la centrale di Krsko è stata fermata e riavviata per problemi legati all’elettrodotto.
fonte: espresso.repubblica.it


 









lunedì, aprile 04, 2011


I morti abbandonati di Fukushima “Sono radioattivi, lasciateli lì”



TOKYO– Un migliaio di corpi di uomini e donne deceduti durante il doppio cataclisma dell’11 marzo scorso sta ancora marcendo nelle pozze di acqua ristagnante o tra gli ammassi di detriti attorno alla centrale nucleare di Fukushima. Nessuno li ha raccolti, e nessuno li ha cremati, perché troppo radioattivi. Coloro che avrebbero dovuto occuparsene, siano essi poliziotti, becchini o famigliari, hanno paura di venire contaminati a loro volta. Le autorità non sanno ancora cosa fare di chi da morto incute lo stesso terrore che nel Medioevo suscitavano gli appestati. Accade nella cosiddetta “no-go zone”, la zona evacuata dalle autorità e che circonda l’impianto danneggiato in un raggio di 20 chilometri.
“Una volta deceduti, sono stati esposti a dosi enormi di radioattività”, dice un agente di Okuma, nella prefettura di Fukushima, a circa 5 chilometri dalla centrale. Il quale spiega anche che in un primo momento s’era pensato di trasportarli al di là della zona a rischio, per poi esaminarli. Ma l’ipotesi è stata poi scartata, perché troppo pericolosa. “Stiamo adesso studiando il modo per poterli avvicinare senza mettere a repentaglio la vita dei medici, dei parenti ma anche di lavora alla morgue, perché potrebbero tutti venire pesantemente irradiati dai cadaveri”.
Alcune di queste vittime sono state intanto identificate grazie al Dna tratto da campioni organici, i quali vanno anch’essi decontaminati. Attorno alla centrale sono stati soccorsi diversi feriti, tutti
radioattivi. E anche per loro le cose si sono complicate, poiché numerosi ospedali si sono rifiutati di accettarli in corsia. E’ in questo scenario che ieri il primo ministro giapponese, Naoto Kan, ha solennemente dichiarato che la centrale di Fukushima sarà presto smantellata. La situazione rimane infatti irrisolta, con il sistema di raffreddamento di uno dei reattori ancora fuori uso e una notevole dispersione di radioattività nell’ambiente. “Il Giappone farà la revisione delle sue politiche energetiche ma non ora, tra qualche tempo, quando l’emergenza sarà alle nostre spalle”, ha aggiunto il premier.
Quanto ai livelli di radioattività, in un tunnel sotterraneo che ospita la turbina del reattore 2, l’acqua è risultata 10mila volte superiore ai limiti di contaminazione registrati nei reattori. Lo ha ammesso la Tepco, la società che gestisce l’impianto nucleare. E c’è grande preoccupazione anche per la presenza di cesio radioattivo oltre la norma in un campione di carne di manzo prelevato nella prefettura di Fukushima. In quel campione sono stati rinvenuti 510 becquerel di cesio radioattivo. Il livello massimo consentito è di 500 becquerel.
Ieri il governo di Tokyo ha deciso di non estendere il perimetro per l’evacuazione attorno alla centrale, nonostante l’Aiea (l’Agenzia internazionale dell’energia atomica) abbia riscontrato alti livelli di radiazione fino a 40 chilometri da Fukushima. “Aumentare l’accumulo di radiazioni nel lungo termine può essere pericoloso per la salute. Continueremo quindi a monitorare i rischi con la massima vigilanza. Abbiamo inoltre un programma per intervenire prontamente in caso necessario”, ha spiegato il portavoce del governo, Yukio Edano. Le autorità di Tokyo hanno raccomandato l’allontanamento delle persone che vivono nella zona compresa tra 20 e 30 km, ma su base volontaria. Greenpeace suggerisce invece un’estensione di almeno 10 chilometri dalla zona evacuata.
Nella capitale è intanto arrivato il presidente francese, Nicolas Sarkozy, primo tra i grandi del pianeta a recarsi in visita in Giappone dopo la sciagura di tre settimane fa. Parlando dall’ambasciata di Francia, Sarkozy ha proposto un vertice dei Paesi del G20, in maggio a Parigi, per definire regole internazionali sulla sicurezza nucleare. Nella speranza di scongiurare in futuro altre catastrofi come quella in corso in Giappone.
fonte: repubblica.it


 



domenica, marzo 27, 2011


NUCLEARE IN MOLISE



Il Governo, con legge del 2009, ha già deciso: si torna al nucleare.
 


E chi non è d’accordo – solo 12 regioni su 20, tra cui il Molise– non solo dovrà adeguarsi per legge, ma anche “garantire la massima partecipazione”. Proprio come accade in una democrazia che si rispetti, dove dissentire non è previsto. Ma la Corte Costituzionale non dovrebbe garantire il diritto alla salute dei cittadini? Vediamo che succede…
Di nucleare in Molise si sente parlare da tempo. Anzi, per dirla tutta, qualcuno avrebbe anche individuato il sito adatto per la centrale atomica: “zona costiera meridionale alla foce del Biferno (Termoli)”.


Il piano ultratrentennale – risale infatti al 1979 la mappatura del Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare – è stato svelato qualche giorno fa da Ermete Realacci, responsabile Pd per la green economy. Grazie per l’ottima notizia, avrebbe sussurrato qualcuno, ma il democratico scoop in realtà non aggiunge nulla di nuovo a quanto si sapeva già. Tanto è vero che il termometro dell’attualità mondiale e locale, Facebook, segnala la presenza di gruppi, anche piuttosto numerosi, contro il nucleare in Molise, su tutti Centrale Nucleare in Molise? NO, GRAZIE!!!! e No alla centrale Nucleare di Termoli, attivi fin dal 2009.
 



A scadenze praticamente regolari, spunta qualcuno con la famosa lista dei siti, che somiglia sempre più al papello di Riina: verità o leggenda? Nucleare si o nucleare no? Un bel dilemma per i poveri cittadini, costretti a convivere con una spada di Damocle che nei post tragedia – Chernobyl prima e Giappone poi – diventa un peso insopportabile da sostenere. E per fortuna che i referendum sul si (non voglio la centrale) o sul no (voglio la centrale) – inversamente comprensibili per l’elettore – arrivano sempre dopo qualche esplosione nucleare, che piega qualunque smania atomica e permette di resistere finanche alla propaganda di regime. Che, su questo non ci sono dubbi, fortissimamente vuole investire in un business che genera altri business: cementoper costruire, energiada vendere, rifiuti da smaltire. All in one, tutto incluso, per la gioia delle lobbyinteressate.
 



Ma se la sovranità territoriale è ancora un diritto inalienabile – strombazzano ai quattro venti i presidenti delle italiche regioni – allora dovranno passare sul nostro cadavere prima di impiantare una centrale nucleare. Not in my back yard”, costruitela ovunque, ma non a casa mia. Uno slogan che miscela, in egual misura, populismo e deficienza. Se la centrale non la costruissero a Termoli(in Molise) ma piuttosto a Foggia (in Puglia), che dista poco meno di cento chilometri dalla cittadina molisana, cambierebbe qualcosa? Certo, vuoi mettere avere la centrale sotto casa o averla a un tiro di schioppo? Il proverbio “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” pare valga anche nelle relazioni atomiche.
 



Ma a volte le faccende sono più complicate di quanto sembrino. A volte quelli che dovrebbero garantire, per costituzione, la salute dei cittadini si trasformano nei peggiori boia americani, spietati e crudeli contro chi non si adegua alle nuove normative.
 


E allora vediamo di entrare nel merito della questione e schiarirci le idee.
Nonostante le produzioni normative del Governo Berlusconi II(in carica dal 2001 al 2005), “finalizzate alla sistemazione dei rifiuti radioattivi, negli anni successivi non si è pervenuti all’individuazione di un sito di deposito nazionale.” In parole povere non si sa nemmeno dove smaltirli, questi rifiuti radioattivi, e quindi succede quanto accaduto a Castelmauro, piccolo paesino in provincia di Campobasso, dove le scorie radioattive venivano stoccate in…cantina o interrate nei campi di agricoltori più o meno compiacenti.


Potrebbe essere una soluzione, quella di far “asciugare” le scorie insieme a caciocavalli e salsicce, ma pare che le istituzioni molisane si siano prontamente attivate per risolvere una volta per tutte il problema. Come? Semplice, con una legge, la22 del 2005, incui laRegione Molise dichiara il proprio territorio denuclearizzato”. Che non significa l’assenza di materiale atomico e radioattivo sul posto, ma impedisce “sul medesimo (territorio) il transito e la presenza di materiale radioattivo non prodotto in loco.”
 


Se nucleare deve essere, che almeno sia nostrano. Come i caciocavalli, appunto.


E qui entra in gioco la Corte Costituzionale, che non si preoccupa affatto della poca lungimiranza di questa legge, ma ne dichiara l’incostituzionalità (sent. n. 247 del 28 giugno 2006) semplicemente perché “la comprensibile spinta, spesso presente a livello locale, ad ostacolare insediamenti che gravino il rispettivo territorio degli oneri connessi (secondo il noto detto “not in my backyard”), non può tradursi in un impedimento insormontabile alla realizzazione di impianti necessari per una corretta gestione del territorio e degli insediamenti al servizio di interessi di rilievo ultraregionale”.
 



Capito? Non solo le regioni devono evitare qualsivoglia paranoia psico-sociale legata alla sindrome NIMBY, ma piuttosto devono rendersi disponibili ad accogliere scorie e, soprattutto, impianti “necessari per una corretta gestione del territorio.”
 


Al massimo, unica concessione della Corte (sent. n° 62 del 29 gennaio 2005), si può affermare la necessità “nella localizzazione dei siti (in particolare per il deposito nazionale di scorie radioattive, ndr), di un maggior coinvolgimento delle regioni interessate.” Fermo restando che “in caso di dissenso irrimediabile possono essere previsti meccanismi di deliberazione definitiva da parte di organi statali, con adeguate garanzie procedimentali.” La cara vecchia Corte Costituzionale, che contro Berlusconi si trasforma in un impietoso garante dei diritti umani, nella realtà dei fatti sta combattendo una dura lotta contro le autonomie locali, che si ribellano ad ipotesi di centrali atomiche.


Ed è proprio il Servizio Studi del Dipartimento Attività Produttive della Camera che, il 9 Giugno 2010, chiarisce come stanno le cose: “In un contesto di questo tipo non sorprende che ben 12 regioni (tra cui il Molise, ndr) abbiano sollevato ricorso presso la Corte costituzionale contro la legge 23 luglio 2009, che sancisce il ritorno al nucleare in Italia, dopo l’abbandono deciso con il referendum del 1987, votato con larga maggioranza sull’onda emotiva dell’incidente nella centrale di Chernobyl.”
 



Da questo passaggio illuminante vengono fuori tre informazioni importanti: primo, alcune regioni sono d’accordo con il ritorno al nucleare, tra queste la Lombardia del ciellino Formigoni; secondo, il Molise del bistrattato Iorio finalmente ha fatto una cosa giusta; terzo, il Governo ha già sancito il ritorno al nucleare, nonostante la contrarietà popolare. Un classico esempio di Démos cràtos, che raggiunge la sua apoteosi  nel momento in cui viene stabilito quanto segue: “Al fine di superare questi forti ostacoli contro lo sviluppo del nucleare, il Governo ha quindi cercato, con il D.Lgs. 31/2010, di emanare una normativa in grado di garantire la massima partecipazione degli enti locali e delle popolazioni interessate, nonché di limitare l’impatto ambientale delle installazioni.
 



Come possono enti e cittadini garantire la “massima partecipazione” ad un progetto cui sono fortemente contrari? Semplice, dovranno farlo per legge. Ben sapendo che “limitare l’impatto ambientale” di una centrale che produce scorie radioattive è impossibile.
 


Come cantava Gaber, ne “La Democrazia”… Auguri!!!
(Fonte L’Infiltrato)



venerdì, marzo 25, 2011


NUCLEARE IN ITALIA
Pro e contro una “pazzia” economica e ambientale



Quando i nuclei degli atomi si dividono, viene rilasciata una quantità di energia”.


Questa è, in parole povere, l’energia nucleare. Potrebbe sembrare qualcosa di inoffensivo, ma in realtà non lo è. Tutti iprocessi nucleari, infatti, producono materiali radioattivialtamente pericolosi: mutazioni genetiche, malformazioni, cancro, leucemia, disordini del sistema riproduttivo, immunitario, cardiovascolare ed endocrino. Sono tutte malattie legate alla radioattività.
 


Greenpeace, nel suo rapporto “Energia nucleare: una pericolosa perdita di tempo”, spiega in maniera molto chiara come avviene il processo nucleare: “i reattori nucleari commerciali, impiegano l’uranio come combustibile. Ancor prima di essere usato nei reattori, le fasi di preparazione di questo combustibile sono causa digrave contaminazione . In effetti, già solo l’estrazione e la lavorazione dell’uranio produce scorie radioattive estremamente pericolose. Addirittura, secondo i dati Greenpeace, “un minerale uranifero contiene solo lo 0,1% di uranio”. Il resto, dunque, sono scorie da smaltire. E non è finita qui: la maggior parte dei reattori nucleari richiede un tipo di uranio specifico, l'uranio-235 (U-235), che costituisce “solo lo 0,7% dell'uranio presente in natura”.
Una parte assolutamente esigua. E allora? Per aumentare la quantità di U-235 l’uranio estratto dai minerali viene “modificato” attraverso un processo artificiale, tramite il quale si ottiene una “una piccola quantità utilizzabile di uranio arricchito e una grande quantità di scorie”: il cosiddetto “uranio impoverito”, un metallo pesante, tossicoeradioattivo. Ma il processo nucleare non finisce qui: l’uranio così prodotto viene trasformato nelle centrali in “un ricco cocktail di elementi radioattivi estremamente tossici e pericolosi, tra cui ilplutonio”. Ed è proprio questo elemento la causa prima della pericolosità dell’energia nucleare, in quanto difficile da smaltire e, dunque, letale. Basti pensare, infatti, che secondo gli ultimi studi il plutonio impiegherebbe per il suo smaltimento circa 240.000 anni”. E la Terra esiste soltanto da 200 mila.
È evidente, dunque, che l’energia nucleare è dannosa anche a prescindere da casi di assoluta emergenza com’è avvenuto in Giappone. Le scorie prodotte e il loro (mancato) smaltimento ne sono esempi eloquenti. Cerchiamo di capire quale sia il problema. Oggi si tende a distinguere tra scorie a bassa e media attivitàe scorie ad alta attività. Le prime includono parti delle centrali nucleari smantellate (cemento, metalli), ma anche i vestiti protettivi monouso, la plastica, la carta, il metallo, i filtri e le resine.
Questi tipi di scorie “restano radioattive – si legge nel dossier - per periodi di tempo che vanno da alcuni minuti a migliaia di anni edevono essere conservate in condizioni controllate per tutta la durata del periodo”. Le scorie ad alta attività, invece, includono i materiali che contengono elementi altamente radioattivi (come il plutonio): anche un’esposizione di un paio di minuti a questo tipo di scorie può essere fatale. Ebbene, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica(AIEA) stima che, ogni anno, l’industria dell’energia nucleare produca l’equivalente di circa 1 milione di barili (200.000 metri cubi) di scorie a basso e medio livello e circa 50.000 barilinon c’è un sistema sicuro e certo di smaltimento. (10.000 metri cubi) delle più pericolose scorie ad alto livello. Cifre, insomma, che fanno rabbrividire. Soprattutto se si pensa che, ad oggi,
Uno dei metodi più utilizzati è il “riprocessamento”: il plutonio e l’uranio non utilizzati vengono separati dalle scorie, allo scopo di essere riutilizzati nelle centrali nucleari. Ma il beneficio pare essere assolutamente minimo: innanzitutto perché scorie nucleari pericolose e plutonio separato vengono ripetutamente trasportati attraverso gli oceani e i confini nazionali e lungo i paesi e le città perché non tutti gli Stati hanno a disposizione gli strumenti per il riprocessamento (la stessa centrale di Fukushima trasportava le scorie fino in Francia). In più solo una minima parte del materiale radioattivo viene recuperato e ulteriormente utilizzato come combustibile nucleare. E il resto?  

Altre scorie che, secondo ultimi studi, risultano essere ancora più dannose: uno studio pubblicato nel 2001 ha dimostrato un aumento dell’incidenza della leucemia tra i minori di 25 anni che vivono in un raggio di 10 chilometri dallimpianto di riprocessamento di La Hague, nella Francia nordoccidentale. E ancora: un altro studio – questo del 1997 – ha riscontrato nel Regno Unito una quantità di plutonio nei denti dei giovani che vivevano vicino all’impianto di riprocessamento di Sellafield, doppia rispetto a quella presente nelle persone che vivevano in altre zone.
Per risolvere il problema l’industria nucleare, con il supporto di alcuni fisici, ha avanzato una soluzione: in pratica “insabbiare” le scorie, immagazzinare le scorie in depositi geologici profondi. Ma il rapporto “Rock Solid”, elaborato dalla dottoressa Helen Wallace mostra i limiti di un tale smaltimento. Innanzitutto perchè stiamo parlando del tentativo di cercare di seppellire migliaia di tonnellate di scorie radioattive estremamente pericolose per intervalli di tempo che sono più lunghi dell’esistenza della specie umana sul pianeta Terra (240 mila anni a confronto dei 200 mila di vita dell’uomo). Ma non è tutto. La dottoressa Wallace ha anche elencato possibili conseguenze dannose di un tale insabbiamento: sviluppo di gas o surriscaldamento con cedimento della camera di stoccaggio, reazioni chimiche inattese, incertezze sulle caratteristiche geologiche(falde, ecc…)del sito, future ere glaciali, terremoti.
 
“LA FONTE ENERGETICA PIÙ COSTOSA E MENO COMPETITIVA”
Si potrebbe pensare, a questo punto, che a tutte queste possibili conseguenze assolutamente letali faccia da contraltare uno sviluppo energetico altissimo. Nulla di più falso. Nel dossier “Cambiamenti climatici, ambiente ed energia”, il WWF dichiara che “tutti gli studi internazionali mostrano come l’energia nucleare sia la fonte energetica più costosa e meno competitiva”. Piuttosto modesto, infatti, risulta il contributo del nucleare: 6,2% della produzione energetica mondiale; valore questo in realtà sovrastimato perché considera come recuperabile l’intero calore prodotto nel processo di fissione; è in realtà ben noto come le centrali nucleari siano in grado di utilizzare solo circa un terzo del calore generato, vale a dire quello che riescono a convertire in elettricità. Proprio per questo, dunque, il contributo effettivo del nucleare si attesta intorno al 2% dei consumi energetici mondiali.
È evidente, dunque, il carattere incompetitivo del nucleare, carattere acuito anche da altri motivi: innanzitutto l’energia nucleare può fornire soltanto elettricità, mentre il grosso del consumo energetico è costituito da carburanti per i trasporti e calore per riscaldamento e processi industriali. E ancora: l’uranio non è presente abbondantemente in natura. Dichiara il WWF: “se si pensasse di sostituire per la produzione di elettricità, tutta l’energia fossile con quella nucleare, le riserve di uranio si esaurirebbero nel giro di pochissimi anni. Di fatto già oggi la produzione d’uranio è inferiore al reale fabbisogno degli impianti in esercizio”. Solo parole? Assolutamente no: il costo dell’uranio è aumentato di 10 volte fra il 2003 e il 2007, proprio perché scarseggia in natura.
Bisogna anche notare che nessuna nazione europea, e tanto meno l’Italia, dispone di riserve di uranio, per cui non sarà certo lo sviluppo del nucleare che potrà aiutarci ad avere maggior indipendenza energetica. Il costo dell’uranio, dunque, è destinato a salire vertiginosamente. Proprio per quanto detto sinora - considerato la scarsità dell’uranio in natura e il fatto che il nucleare non produca altro che energia elettrica - è facile rendersi conto che tutti quegli appelli governativi secondo i quali le centrali nucleari farebbero precipitare le importazioni di petrolio, sono colossali bugie che non possono avere assolutamente credito. Anzi,ci troveremmo ad importare sia l’uno che l’altro, sia il petrolio che l’uranio. Una dipendenza energetica assoluta.
È evidente, dunque, come il nucleare sia senza mezzi termini una fonte energetica sconveniente anche da un punto di vista economico. Non è un caso, d’altronde, che la stessa AEIA (International Atomic Energy Agency), nel rapporto “Energy, elettricity, and nuclear power estimates for the period up to 2030pubblicato nel 2007, ha parlato di un declino progressivo dell’utilizzo del nucleare. Basti pensare agli Stati Uniti, dove i produttori di energia elettrica sono privati: qui non si costruisce una centrale nucleare dalla fine degli anni ’70. Ma i costi sono esorbitanti anche per altre questioni. Ad iniziare dalle spese di costruzione delle centrali: le stime più recenti del DOE (Department of Energy) per il costo di una centrale sono di 5,3 miliardi di dollari per 1000 MW. Ma sono stime ancora ottimiste: nel febbraio 2010 gli USA hanno approvato un progetto di due centrali con un costo di oltre 6.000 $/kW. In più ci sono i costi di smantellamento. Per vie ufficiali oggi noi sappiamo che corrispondono in genere al 15% dei costi di costruzione. Ma, secondo anche i pochi casi di smantellamento effettuati, i costi sono pressappoco uguali a quelli di costruzione: insomma, una spesa altissima per un contributo energetico minimo.
Sono evidenti, a questo punto, i limiti – ambientali, salutari, economici, energetici - del nucleare. Eppure l’Italia sembra proprio che non voglia farne a meno …
(Fonte L’Infiltrato)


 






mercoledì, marzo 23, 2011


INQUINAMENTO, APERTA INCHIESTA CORSI D'ACQUA ABRUZZO E MOLISE


 


La Procura di Sulmona ha aperto un'inchiesta su un presunto inquinamento di alcuni corsi d'acqua che dall'Abruzzo attraversano il Molise. Nei guai sono finiti, per il momento, i componenti del consiglio di amministrazione dell'Asa, la società a capitale pubblico privato che gestisce la discarica e l'impianto per il trattamento dei rifiuti di Bocche di Forlì, che si trova nel comune di Castel di Sangro, ai confini con il Molise.
L'origine dell'inquinamento, secondo gli accertamenti fatti dal Corpo forestale dello Stato, sarebbe imputabile a un percolamento della discarica che si riverserebbe sul torrente Vandrella e quindi sul fiume Vandra affluente del Volturno. Nei giorni scorsi i forestali avevano accertato che il Vandrella, poco più a valle dell'impianto di compostaggio e stoccaggio dei rifiuti, presentava una colorazione rossastra. Tutti gli atti sono stati trasmessi alla Procura della Repubblica di Sulmona, competente per territorio. La discarica di Bocche di Forlì, che si trova proprio al confine con il Molise, serve i 13 comuni dell'Alto Sangro, area Parco nazionale d'Abruzzo e dell'Altopiano delle Cinquemiglia. (Fonte Il Capoluogo.it)



 







 

martedì, marzo 22, 2011



 


MOLISE L’ELDORADO DELLE MAFIE



 Che c'azzecca - direbbe Di Pietro - l'abusivismo edilizio con l'inquinamento e i rifiuti? Di solito i secondo non sono che la conseguenza del primo: oasi distrutte, parchi naturali cementificati, riserve utilizzate per smaltire materiali edili. Tutto torna nel grande gioco delle mafie italiane. Con un dato sconcertante, che riguarda l'impunità. Nel 2006 a fronte di 23.551 reati ecomafiosi accertati, in Italia ci sono stati appena 163 arrestiIn Molise a fronte di 224 infrazioni zero (!) arresti. Ecco perchè la regione governata dal Presidente Iorio si è trasformata nell'Eldorado eco-mafioso.
 
 


di Carmine Gazzanni & Andrea Succi
 


 Ci si potrebbe chiedere: cosa c’entra l’abusivismo con l’inquinamento? I due illeciti sono strettamente legate. Come segnalato, infatti, nel 2009 c’è stata una crescita nell’inquinamento derivante da scarichi fognari o cattiva depurazione del 45% rispetto al 2008. Ebbene,  tale crescita percentuale va di pari passo con un’altra crescita, quella, appunto, dell’abusivismo edilizio costiero (+ 7,6%). Casualità? Probabilmente no, “visto che di solito i secondi non sono che la conseguenza del primo”. 
 



Possiamo pensare, inoltre, che dietro tale abusivismo ci sia ancora una volta la mano delle criminalità organizzate, dato che sono proprio le regioni a tradizionale presenza mafiosa in testa nella speciale classifica di riferimento: la Campania è in testa con 1514 infrazioni; segue la Puglia (1338 infrazioni), la Sicilia (1267) e laCalabria (1160). Si potrebbe citare, tra i tanti, il caso del lungomare di Triscina, frazione del Comune di Castelvetrano in provincia di Trapanai, che detiene il triste record di “abusivismo diffuso” con le sue cinque mila case fuorilegge; o ancora le tremila case dell’Oasi del Simeto (Catania): nonostante l’area fosse stata inserita già nel 1969 in un Parco territoriale che nel 1984 divenne riserva naturale, l’abusivismo ha portato alla presenza – come detto - di ben tremila costruzioni abusive.
 



O ancora, spostandoci in Calabria, potremmo ricordare il caso eclatante di cemento in spiaggia (se non proprio in mare) con quella che gli abitanti di Catanzaro chiamano oramai la “Palafitta”: una costruzione sul bagnasciuga nel mare di Falerna che ha vissuto una vicenda giudiziaria interminabile e, dopo ben 37 anni, ancora si attende una sentenza definitiva che stabilisca se la “Palafitta” sorga sul demanio oppure no. E si potrebbero citare, ancora, le 800 ville dei clan nell’Area marina protetta di Capo Rizzuto (Crotone), per le quali partirono indagini che hanno portato all’arresto di 150 persone.
 



Tuttavia, l’inerzia delle amministrazioni locali si fa sentire: nel giugno 2008 è stato firmato il contratto con una ditta di demolizioni per abbattere i primi 18 manufatti. Mada allora tutto tace: il procuratore è stato trasferito e delle ruspe non si è vista nemmeno l’ombra.
 


La leadership, tuttavia, è, come detto, in mano alla Campania. D’altronde anche se riprendessimo il rapporto “Ecomafie” ci accorgeremmo della gravità della situazione in questa regione: negli ultimi dieci anni sono state tirate su 60 mila case fuorilegge, una media di 6.000 all’anno, ovvero 500 al mese, cioè 16 al giorno. Siamo nella regione dove il 67% dei Comuni sciolti per mafia è commissariato per reati legati all’abusivismo gestito direttamente dai clan della camorra. Per quanto riguarda la Campania diversi sono i casi emblematici.


Potremmo menzionare lo scempio di Alimuri (Napoli), l’ecomostro che quest’anno compie 48 anni, una spaventosa struttura di cemento (18 mila metri cubi su un' area di 2 mila metri) alta 16 metri in paziente attesa che qualcuno decida le sue sorti; l’albergo del Clan Nuvoletta a Castelsalandra (Salerno) nel cuore del Parco Nazionale del Cilento: nonostante la zona, chiaramente, fosse di assoluta inedificabilità, l’albergo ricevette la licenza edilizia dal Comune e il clan subito ne approfittò aumentando  immediatamente le cubature e realizzando al suo interno alcune piscine e il campo per il tiro al piattello, un piccolo zoo e anche 25 villette.
 



Altro grosso interesse delle criminalità organizzate sono i rifiuti: si registra, infatti, una decisa impennata di infrazioni accertate nel ciclo dei rifiuti (da 3.911 nel 2008 a 5.217 nel 2009). I numeri sono spaventosi: 7 miliardi il giro d’affari del traffico di rifiuti speciali (ossia quelli di produzione industriale); 3.000 metri l’altezza della montagna, di tre ettari di base, che sorgerebbe con i rifiuti speciali scomparsi nel nulla dal 2006; 13 milioni le tonnellate di rifiuti smaltiti illegalmente nella sola Campania dal 2006 al 2009; 66 le procure impegnate in inchieste relative al traffico illecito di rifiuti nel 2008.
 



Una nota a parte merita certamente il traffico illegale di PFU (pneumatici fuori uso).  Infatti tali traffici nel 2009 hanno riguardato ben 16 regioni italiane e hanno coinvolto anche Paesi stranieri, o come porti di transito o come mete finali di smaltimento: CinaHong KongMalaysiaRussiaIndiaEgittoNigeria eSenegal. E dalle indagini emerge chiaramente come i PFU siano al centro degli interessi dei trafficanti criminali: ”questa tipologia di rifiuti – sottolinea Legambiente -è stata al centro di oltre l’11% del totale delle inchieste svolte dal 2002 ad oggi”. Ed infatti sono proprio le regioni a tradizionale presenza mafiosa quelle nelle quali si concentrano le discariche abusive: qui troviamo più del 63% delle discariche abusive, per una superficie complessiva pari al 70,4% di quella sequestrata in tutta Italia dalle Forze dell’ordine. La prima regione per numero di discariche sequestrate, contenenti PFU, è la Puglia, con 230 siti, quasi il 22% del totale nazionale. Al secondo posto della classifica per regioni si colloca la Calabria con 159 siti illegali, seguita dallaSicilia (con 141 discariche) e dalla Campania, con 131.
 



I danni di tali traffici sono diversi. A iniziare da quelli ambientali e salutari. Molto spesso vengono intaccate aree abbandonate, campi agricoli, aree industriali dismesse, quando non finiscono direttamente in mare. In più, la sostanziale indistruttibilità dei pneumatici fa sì che molto spesso vengano incendiati, con dannose conseguenze per l’aria che respiriamo. E ancora: “la forma cava e la particolare miscela dei materiali” portano il copertone, mischiato ad altri rifiuti, a “galleggiare” in discarica e allo stesso tempo a trattenere all’interno acqua piovana, creando un habitat ideale per la proliferazione di zanzare e topi. Con la concreta conseguenza che si possa giungere ad epidemie.
 



Ma il danno è anche economico. Legambiente, infatti, ha stimato un danno economico complessivo, sia alle finanze pubbliche che all’imprenditoria legale, accumulato sempre nel periodo 2005-settembre 2010, di oltre 2 miliardi di euro(esattamente 2.086). Un danno economico impressionante che va dal mancato pagamento dell’IVA per le attività di smaltimento, alla vendita illegale di pneumatici, dalle perdite causate alle imprese di trattamento, fino agli oneri per la bonifica dei siti illegali di smaltimento.
 



C’è una riflessione importante da fare: la proporzione tra rifiuti urbani e rifiuti speciali è di 1 a 3. Per ogni tonnellata di rifiuti prodotta dai cittadini ne arrivano 3 prodotte dalle industrie & simili. Ecco spiegato il motivo del morboso interesse da parte delle mafie nei confronti dello smaltimento illecito di rifiuti. Le industrie, le aziende, le società per produrre hanno bisogno di consumare. Se consumano hanno bisogno di qualcuno che si occupi dello smaltimento. Costi troppo elevati? No problem, arriva il broker della camorra che ti offre la sua terra a prezzi stracciati. Cosciente di una impunità pressoché garantita.
 



Facciamo degli esempi concreti: in Molise nel 2006 sono state accertate 224 infrazioni eco-mafiose, che comprendono reati per abusivismo edilizio, attività di escavazione illecite, traffico e smaltimento illecito dei rifiuti speciali, racket degli animali, furti e traffici di beni artistici e archeologici. Persone arrestate? 0. Zero.In Campania a fronte di 3.169 infrazioni accertate – parliamo di dati sempre riferiti al 2006 – le persone arrestate sono state solo 39. In Lombardia andrà meglio?Nemmeno per sogno: 942 infrazioni accertate, 9 arresti. La rossa Toscana? Una dellepeggiori, in questo senso: 1.421 reati e 2 sole persone arrestate. Il totale nazionale vede 23.551 infrazioni accertate e appena 163 arresti.
 



Delinquere conviene. Soldi facili e impunità. Ma in certe regioni conviene di più. Quali? In quelle dove gli arresti stanno a zero. Vale a dire Molise, Trentino Alto Adige, Val d’Aosta, Marche e Basilicata. E se far salire i camion di rifiuti in Trentino e Val D’Aosta è scomodo, costoso e inutile… dove si può andare con facilità e riducendo i rischi al minimo? Ecco spiegato il motivo per cui il piccolo Molise è divenuto l’Eldorado delle mafie. Con tutte le conseguenze ambientali che questo comporta. Anche e soprattutto per la salute umana. Quasi quasi conviene investire nel business delle pompe funebri. Tra qualche anno ci sarà tanto da lavorare.
 



A patto di non morire prima del tempo…
 


(Fonte L’Infiltrato)