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martedì, ottobre 21, 2014

CAPODOGLI

Capodogli spiaggiati a Vasto: come il nostro mare diventa inospitale


Ancora una volta, ancora nell’Adriatico, il nostro mare diventa inospitale per le più antiche creature del Mediterraneo. Che cosa avviene? E’ possibile che le trasformazioni di cui è protagonista il mare (gran parte indotte da noi) lo rendano inospitale per i nostri simili più vicini? La frattura che stiamo provocando tra noi e la natura diviene davvero così insanabile? Il problema è che più mettiamo l’uomo al centro più ci allontaniamo da madre natura, più pensiamo di essere protagonisti dei cicli naturali più non riusciamo a comprenderli…
Uccidiamo d’anestetico un’orsa che difende i propri cuccioli, devastiamo l’Adriatico con le prospezioni petrolifere con potentissimi sonar e poi cosa attendiamo? Pensiamo davvero non vi debbano essere delle conseguenze? Non per noi, è vero, ma per i nostri figli sì… E allora cosa importa, lasciamogli le briciole insegniamogli che la vita vera è quella a cui li abbiamo abituati, che un tonno è solo una scatoletta, e che un capodoglio o una balena è un disegno su un libro di fiabe. Togliamogli la gioia di vederlo affiorare dalle acque blu, togliamogli l’empatia di cui ciascun essere umano ha bisogno, togliamogli la felicità vera, insieme alla speranza. 
I risultati delle analisi hanno superato le più nefaste previsioni dei biologi. Sono stati rilevati livelli altissimi di metalli pesanti tossici. Oltre al mercurio, il più pericoloso di questi veleni, anche cadmio, titanio, piombo, argento e cromo, un metallo che non si corrode e usato per produrre acciai ad alta resistenza nonché nelle vernici, nei coloranti e nella concia delle pelli (…). Gli inquinanti passano alle generazioni future attraverso il latte che le madri danno ai loro piccoli. Con l’allattamento i grandi mammiferi forniscono ai cuccioli tutte le sostanze solubili nel grasso accumulate da sempre. Alcuni biologi sono convinti che non saranno solo le baleniere giapponesi o norvegesi a provocare l’estinzione dei cetacei, ma l’eredità dei veleni da allattamento. E, invece, nel nostro latte materno quanti veleni possono concentrarsi? Perché, se è vero che non siamo inuit, non viviamo in Giappone, Norvegia o alle isole Fær Oer dove ci si ciba anche di balene e delfini, mangiamo pur sempre specie che hanno la stessa capacità di bioaccumulare inquinanti (tra cui il mercurio) come tonni, pesci spada e squali. Tuttavia l’uomo, a differenza di questi ultimi, li espelle molto difficilmente. Rischiamo di fare la stessa fine dei capodogli di Vasto?

Rispondere non è semplice. Vi sono differenti livelli di rischio che possono riguardare chiunque consumi pesce e, specialmente, alcune categorie come le donne gravide e i bambini. Ma il pericolo è variabile, dipende dalla concentrazione di veleno in ciò che mangiamo. L’esperienza insegna, però, che quando gli scarichi di mercurio si concentrano in una determinata zona di mare gli effetti possono essere devastanti. I primi casi si registrarono già negli anni Cinquanta, ma non riguardavano il Mediterraneo: sulle coste del mar del Giappone i gatti iniziarono a ballare su due zampe. (il fatto)





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